Lingua 3 1
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Le origini

Non si sa con esattezza quando nacquero la lingua e la letteratura milanesi: la lingua che parliamo oggi si stava già formando in età romana.
Se tralasciamo frammenti di documenti notarili con parole usate ancora oggi (era per aia), il primo dei quali risale al 774, il glossario di Monza del 900 e alcuni esponenti lombardi del XII secolo (Uguccione da Lodi e Gerardo Patecchio), la letteratura lombarda e soprattutto milanese ha inizio con due contemporanei di Dante: Pietro da Barsegapè e Bonvesin de la Riva.
Della letteratura, abbiamo documentazioni già dal XIII secolo. Infatti Dante Alighieri ci dà solo una breve citazione, peraltro sufficientemente eloquente per dimostrare come anche il milanese, al pari di altri dialetti considerati barbari, non fosse all’altezza di contribuire alla “lingua volgare” che si veniva formando: “Enter l’ora del vesper / ciò fu del mes d’occhiòver” (Entro l’ora del vespro, ciò accadde nel mese d’ottobre).
Le prime testimonianze della nostra nascente letteratura risalgono a Pietro Da Barsegapé (metà sec. XIII) ed a Bonvesin dra Riva (circa 1240-1315), nome probabilmente derivato da uno stabile di sua proprietà in Ripa Ticinese.
Del primo, discendente da una antica famiglia lombarda (pavese o lodigiana), sappiamo che fu autore di un’opera monumentale, il “Sermo divin”, del quale ci è pervenuto un codice: dodicimila versi, grande epopea dalla creazione del mondo al Giudizio Universale. Un lavoro di stile grezzo, di stampo medievale, cioè fondato ancora su episodi di storia sacra, raccontati con stile fantasioso e commenti ingenui.
Del secondo autore, ben più importante, vediamo un profilo un po’ più dettagliato.

Pietro da Barsegapè

Adamo ed Eva

Possa de terra formò l’òmo
et Adam ge mette nome;
si li dà una compagna
per la soa nome Eva se clama
femena facta d’una costa
la qual a l’omo era posta.
De cinque sens el ge spiroe
in Paradiso i alogò.

Si li fa comandamento
del le fruite k’èn là dentro
de cascun possa mangiare
un ge n’è k’el laga stare.
El è un fruto savoroso
dolce, bello e delectoso
da cognoscer ben e ‘l mal
perco li ao vedao de manca

Poscia formò di terra l’uomo
e gli mise il nome Adamo
gli dà pure una compagna
per suo nome Eva si chiama
femmina fatta da una costa
la quale era dell’uomo.
Li ispirò di cinque sensi
li allogò in Paradiso

Qui gli fa comandamento
che delle frutta là dentro
possa di ciascuna mangiare
una ve n’è che lasci stare.
È un frutto saporito
dolce, bello e dilettoso
da conoscere il bene e il male
perciò aveva proibito loro di mangiarlo

Pien de venin n’era el serpente
tosegoso e remordente
si portò mala novella
començamento de la guerra.
Dix quella figura soça e rea
perquè no mangi madona Eva
del fruito bon del Paradiso?
..............................................

E killi se videno scrinidhi,
vergoncià, grami e unidhi
illi se volcen intro le frasche
como fai li ribaldi entro le straçe
de foglie de figo dixe la Scriptura
ke killi se fan la covertura...

Pieno di veleno era il serpente
tossico e rimordente
e portò mala novella
il cominciamento della guerra.
Disse quella figura sozza e rea
perché non mangi madonna Eva
del buon frutto del Paradiso’
..........................................................

E quelli si videro scherniti
svergognati, grami e uniti
si avvolsero nelle frasche
come fanno i ribaldi negli stracci
di foglie di fico disse la Scrittura
che essi si fecero copertura...

   
Le pene dell'inferno

A provo de la gran calura
avri si pessima fregiura
ke tutti cridan «fogo, fogo»
e ca mai no trovari bon logo
e fame e sede avri crudel
ma non avri lagie ni miel

 

Dopo la gran calura
avrete così un terribile freddo
che tutti gridano «fuoco, fuoco»
e quindi mai troverete un luogo conveniente
e avrete fame e sete crudele
ma non avrete latte né miele

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Creazione :10/2006
Ultimo agg. :10/2006