Note biografiche
Bonvesin dra Riva (1240 - 1315 circa) fu maestro di grammatica e tenne una propria scuola dove insegnò lettere latine e volgari: ed infatti di lui abbiamo testimonianze di entrambe le lingue ( De magnalibus urbis Mediolani, De quinquaginta curialitatibus ad mensam). Terziario laico, appartenente all’ordine degli Umiliati, ebbe una prima ed una seconda moglie, fu proprietario d'immobili e gestore e artefice della propria fortuna (affittò i suoi appartamenti e concesse prestiti ad opere pie e conventi, stipulando anche una "riassicurazione per la vecchiaia"). Al tempo stesso si preoccupò anche dei poveri, in particolar modo di quelli che per vergogna non osano manifestare la propria indigenza.
Note linguistiche
Autore del «Libro delle tre scritture», di alcune Dispute, del «De quinquaginta curialitatibus ad mensam», del trattato «De Magnalibus urbis Mediolani» e dei «Carmina de Mensibus», questi ultimi due in latino, fu scrittore bilingue, poiché allora vigeva una situazione di “bilinguismo”, che ritroveremo più avanti in altri autori che scriveranno però in italiano e in milanese; ma va sottolineato che la sua lingua, come quella dell’autore precedente, pur essendo essi considerati gli antesignani della nostra letteratura, è il “volgare padano”, una lingua comune che, in conseguenza dei traffici, si veniva formando lungo il Po, nella quale però possiamo trovare tracce evidenti dei dialetti locali, lombardi (quindi anche del milanese), veneti, emiliani. Parole come cugial, forfolia, berdugare, ferguje, nagota, stramiss, che ritroviamo nel milanese cugiaa, farfoja, bordegà, freguj, nagòtta, stremiss, testimoniano una certa continuità tra il volgare padano del XIII secolo e il milanese di otto secoli dopo.
Ai tempi, in effetti, in Italia vi erano 3 koinè:
+ una meridionale;
+ una centrale (umbra);
+ una settentrionale o padana, divisa in due:
* Gallica (dall'Adda fino a Torino e all'Emilia);
* Veneta.
Il suo stile è del tutto particolare: scriveva con un numero di sillabe apparentemente sballato, ma corretto se lo pronunciamo alla milanese ( senza pronunciare le vocali finali).
Tra i temi da lui affrontati vale la pena segnalare: il motivo -tipico medievale- dei tre regni dell’aldilà («Libro delle tre Scritture»), temi “cortesi”, più familiari alla scuola provenzale («Disputa tra la Rosa e la Viola»), la dignità della modestia che supera in valore il lusso e la magnificenza, la necessità della pace sociale (« Disputatio mensium»). Il suo poetare sembra dividersi, quindi, tra temi filosofici o spirituali da una parte, ma anche concreti e sociali dall’altra: le sue “necessità interiori” non sembrano fargli dimenticare la realtà e il quotidiano, tanto è vero che se ha dedicato tanti libri al soprannaturale, ai buoni sentimenti e alle buone maniere, si è anche improvvisato cronista e storico, descrivendo con dovizia di informazioni (non sempre rispondenti completamente al vero, ma talvolta gonfiate, per amore della sua città adottiva) la realtà milanese di quel periodo. Il voler insegnare le buone maniere a tavola («De quinquaginta curialitatibus ad mensam») non è assolutamente una frivolezza in contrasto e in contraddizione con i problemi e le esigenze, anche materiali, della società e, quindi, anche dei meno abbienti: i due aspetti, apparentemente antitetici, sono complementari, in quanto con il suo “galateo”, Bonvesin non intende rispondere ad una finalità puramente di facciata (la salvaguardia delle apparenze), ma si propone un fine “didattico” (educare, mediante una satira garbata, una società ancora troppo grossolana).