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Il ‘500

Gian Giorgio Alione (1470 - 1521)

La letteratura milanese del XVI secolo si apre ancora una volta con un testo che riguarda Milano e la Lombardia, ma scritto da una persona e in una lingua "straniera" (l'astigiano nella fattispecie, frammisto al milanese).
Dal punto di vista storico, ci troviamo in un periodo (XV-XVI secolo) che vede un fiorire eccezionale dell'economia europea, specialmente nei grandi centri urbani (come testimonieranno i versi seguenti che danno un'idea dell'abbondanza della nostra città).
L'autore è un nobile astigiano, partigiano dei Francesi e capitano del castello di Monte Raineri.
Compone una decina di farse, anche in latino maccheronico e astigiano, tra le quali "la farsa del Bracho e del Milaneiso innamorato in Ast", che qui riportiamo.

Son mi vegnù per triunfà
Qui in Ast. Ma la non è cossì.
Ho mi cercad mo mende sì
De qua e de la per i ostarii
Da fa banchit e lecarii.
Ma el non si trova da magnà.
Vadeno lor farsi impregnà
Quisg Astesan. Montei qui sù
Chi voleno stimar da più
El viver so chel milaniis.
In fade el val lu megl i spiis
Che fan lor i ortolan in lò
Che quel di gran magnan qui lò
In Mirren hei cagnà boson,
Nosit, presut e salcicion,
Bagian, busecca, lag imbroch
O fil coglian, berlende, gnoch,
Salvadesin, cavrit, conii,
Quai, girardine e garganii,
Bon pescarii, bon vin, bon paan,
Vu trovarì drent da Mirreen
Per i list mò di parrochian
Darsept miara de putan
E più chi veiven vin daciad.
Quest san franchioz chi l’han provad
Vada a Mireen chi vol guadagn
E bon marchà. Vu avrì lasagn
Piena scudella al bon comin
Con del formag più d’un sesin,
El dan mo lor per cinq imbiè.
El non ha el mond, che vu sapiè,
Un oltr Mireen per fa fagend
D’omni d’aspet ch’han lor da spend.
Qui in Ast meinde. Tug grossolan,
Zent da bon temp, manzen quel che han,
Non tenen minga del civil,
Mo el ver ch’i don in lor zantil
E amoreivol. Piasen molt
A la frangiosa. O quin bei volt,
Mod segnoril, con bona gracia.
Sono venuto per trionfare
qui in Asti, ma non è così.
Ho cercato, sì, nientemeno
di qua e di là per le osterie
di far banchetti e leccornie.
ma non si trova da mangiare.
Vadano a farsi impregnare
quegli astigiani montati quassù
che volevano stimar di più
il viver loro che il milanese.
Infatti val meglio la spesa
che fanno gli ortolani là
di quella dei gran mangioni qui.
A Milano si mordono noci,
nocciole, prosciutto, salame fino,
fave, trippa, latte-in-brocca,
cagliato, verdura, gnocchi,
selvaggina, capretti, conigli,
quaglie, uccelletti e mergoni,
buona pescheria, buon vino, buon pane,
voi troverete dentro Milano
mo’ per le liste dei parrocchiani,
diciassette migliaia di puttane
e più che bevono vino aromatico.
Questo sanno i francesi che l’hanno provato.
Vada a Milano chi vuol guadagno
e buon mercato. Voi avrete lasagne,
scodella piena al buon cumino,
con del formaggio più d’un centesimo,
mo’ loro lo danno per cinque soldi.
E non c’è al mondo, che voi sappiate,
un’altra Milano per fare affari
d’ogni maniera ché loro hanno da spendere.
Qui in Asti, niente. Tutti grossolani,
gente di buon tempo, mangiano quel che hanno,
non tengono del civile,
ma è vero che le loro donne sono gentili
e amorevoli. Sono molto piacenti
alla francese. O che bei volti,
modi signorili, con buona grazia.

Oltre alla ricchezza di Milano, traspare da questo brano la fama che Milano stessa godeva sulla provincia e il rapporto campagna/città.
Dal punto di vista stilistico, il poeta ci informa con la precisione dello storico, ma anche con il fascino e l'immediatezza tipiche del poeta.
Il personaggio di lingua milanese sembra essere su una posizione reciproca a quella del Pulci e del Dei e oppone alla semplicità della cucina astigiana le raffinatezze della cucina milanese, specialmente nella cacciagione. Ed ancora una volta Milano si conferma come città dove "si trova tutto".
Dal punto di vista linguistico, il brano è scritto in milanese, con influssi astigiani e toscani e con termini che si trovano nel glossario del Dei (1418-1492), come "lacc imbrocc" (latte in brocca) e "imbiee" (danari di poco conto); da notare anche una nomenclatura scomparsa in città, ma presente ancora in Lombardia (boson - o forse noson - = noci, presutt = prosciutto, bagian = fave, lag imbroch = latte in brocca, venduto da ambulanti che lo mungevano direttamente dalle capre alla brocca del cliente, salvadesin = selvaggina, donì = conigli, quai = quaglie, girardine = uccelletti di ripa, gargani = mergoni (palmipedi di palude), bon comin = comino (Kummel), imbiee = dodicesima parte di un soldo).
Ultima annotazione: questa esaltazione della cucina milanese troverà eco più avanti nel Maggi (Barone di Birbanza e Consigli di Meneghino) e nel brindisi del Porta (Che Tocaj, che Alicant, che Sciampagn).

 

 

 
 

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Creazione :10/2006
Ultimo agg. :10/2006