Lingua 6 1
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Giovan Paolo Lomazzo (1538 - 1600), Bernardo Rainoldi (sec. XVI) e l'Accademia della Val di Blenio

Alla morte di Francesco II Sforza (1535), il Ducato di Milano passa nelle mani di Carlo V, che nel 1556 abdicherà a favore del figlio Filippo II, dando inizio a quel periodo di governo spagnolo pieno di luci e ombre, ma soprattutto di ombre, che si concluderà solo nel 1706, col passaggio di Milano all'Austria: ci troviamo in un periodo caratterizzato da pesti, vessazioni fiscali, corruzione e oppressione, nel quale Manzoni ha ambientato il suo capolavoro; un periodo con una parvenza di legalità (l'istituzione del Senato con funzioni puramente consultive ne è l'esempio più eclatante) che, però, nonostante tutte queste limitazioni ha fatto esplodere in tutta Europa scienziati e pensatori insigni , dal cui pensiero usciranno le ideologie e gli stati moderni.
In questo contesto si muove Lomazzo, appartenente a una famiglia proveniente probabilmente dall'omonimo villaggio, artista poliedrico e tipico rappresentante del suo tempo, cioè l'ultimo Rinascimento.
Pittore di discreto livello (nipote di Gaudenzio Ferrari dal quale apprese i primi rudimenti di questa nobile arte), lavorò ad affreschi di chiese milanesi e non (San Maurizio, Santa Maria della Passione, Sant'Agostino a Piacenza), esprimendosi con uno stile neoplatonico: la luce viene dall'alto ed i personaggi, perfetti nella forma, tendono a Dio.
Esordì in letteratura, prima che a 33 anni lo colpisse la cecità, proprio con i "Grotteschi", sette libri di rime nei quali offre un panorama elogiativo della vita di pittori, scultori e architetti (un po’ come il Vasari nelle sue "Vite").
Il Lomazzo era un pittore raffaellita, seguace del famoso pittore urbinate, soprattutto nelle teorie neoplatoniche: il demiurgo è l'ordinatore del mondo, creato, dalla divinità suprema, cui noi non possiamo arrivare e la realtà sarebbe l'emanazione molteplice di Dio; in pittura e, più precisamente nei quadri di Raffaello, tutto ciò si traduce in un uso particolare della luce, una luce che viene appunto dall'alto in basso, come se fosse irradiata da Dio.
Per tornare a Lomazzo, dobbiamo aggiungere che, dopo altre opere poderose di critica figurativa, scrisse forse la sua opera più significativa, i "Rabisch dra Academiglia dor Compà Zavargna Nabad dra Val d'Bregn - Ed tucch i sù fidigl soghit con ra ricenciglia dra Valada" (Arabeschi della Accademia del Compare Zavargna, Abate della Valle di Blenio e di tutti i suoi fedeli sudditi, con la licenza della Vallata). In una lingua convenzionale e di rottura ci fornirà così preziose testimonianze di altre lingue e dialetti dell'epoca (tardo Rinascimento).
Lingue convenzionali erano quella durissima della Val di Blenio (località dell'alto Canton Ticino), come pure quella della Val d'Intragna.
Numerosi immigrati erano qui venuti, da diverse valli, a cercar lavoro, costituendo gradualmente delle corporazioni dei vari mestieri: facchini, polentatt, caldarrostai, lavandai; se consideriamo poi il fatto che i nomi prescelti non erano altisonanti e aulici, ma grotteschi, come compà Vinasc, Pestavign, compà Zavargna, possiamo facilmente intuire che la Badia si ricercava un'area di libertà d'espressione a fronte dei vincoli imposti dalla Controriforma di Carlo Borromeo.
La contestazione vuole documentare anche il contenuto, come dal brano 'Remó scià stà in Milan per la prematica, col sò lament stà fà dal sora scricc Baciòcch' (Rumore che c'è stato a Milano per la prammatica, col rispettivo lamento del sovrascritto Signor Baciòcch), un lamento, scritto però in grafia normale, circa una serie di regole con le quali il governo voleva mettere un freno al lusso smodato.
Questi fermenti vennero pubblicati nel 1580 e l'Accademia ed il suo abate si misero sotto la protezione di un grande controriformista come Carlo Borromeo, arcivescovo dal 1567 al 1584: più che una contestazione, quindi, una documentazione con spirito critico e copertura autorevole.

Remó scià stà in Milan per la Prematica, col sò lament stà fà dal sora scricc Baciòcch.

[…] Mò l’è pur quest on mal bòtt
Per sta scient quì da Miran;
E i Mercant come faran,
Digh da seia, e quij da l’òr,
Senza dì pû de color
Che i lavoren, ch’hin pû tant ?
Parlem pû de sciert mercant
Che fan fà tan birlinghitt
Ch’hin de veder e de smaltitt
Dov’se ‘n vend on tant fonder. […]
[…]Parlem pû di zoiellé
Con quij sò pendent d’oregg,
Dov i’ ho vist che fin di segg
Ai fan lor da met al còl;
S’a i ghe dan per sòrt on scròl
Ai ghe vûn mett sù dra sa.
Quij che fan pû di brocà
No so scià con’ vûien fà,
Sta Prematica ch’a ‘s dis;
I sartó ch’hin pû sû amis,
Che con lor se fan arich
Coi facciur e quei intrich
Dov’ ne caven tant danè.
Parlem pû sora ai sellé […]
E’s vûn fina mett ol mors,
Digh da vera e senza fors,
A quei nav e quei caritt
Che se porten ai banchitt
Con sù i sticch inscì ben fà
E i Amor inargentà;
E’s tûn via sciert stramazz
Che se fan per dà solazz
A le donn, com’han mangià.
Sentirì la furigà
Che faran i donn adess,
Vorev mò trovam apress
Quant faran sti lor conseij
E sentì quel gran besbeij
Ch’a i faran a una a una:
Che dirà, La mia luna
Tuta quanta piena ‘d zoij!
Che dirà pû, S’al me toij
La liçençia di fioritt
E de tanti sciamforgnitt,
Che ‘m conzav a mì la testa!
E quell’òltra: La mia vesta
Tuta quanta racamà!
E quell’òltra: Ol mè collà
E la roba strataià!
E mì mò che più atacà
No poró portà el covett,
E tant òlter bel cossett.
L’òltra pû, La mè sotana
Ch’è orlà volt ona spana,
E la roba coi pontaj.
E i boton che par sonaj.
E le band da met al coll. […]
Ma ognun ghe metta ment,
S’o fallà a me ne pent;
In sto fatt de verità
Mal ghe rest anch intrigà
Quas i donn di marcadant
Che no i parirann da tant,
Com’è quel d’on gentilom.
A no i vol che on poverom
Port’ intorna tanta seia,
E’s vû ess ‘na maraveia
Se no ‘s fa quai badalucch,
Digh anch rompes el mazzuch
Sul sciercà la nobiltà
Dov’ la ved tant mesturà.
Che mì tas e ‘s vò da qui.

Subbuglio accaduto a Milano per la Prammatica. Lamento fatto dal soprascritto Baciocch.

[…] È pur anche un brutto colpo
per questa gente di Milano.
E i Mercanti come faranno ?
Dico quelli di seta e d’oro,
Senza poi dire di coloro
che li lavorano, che sono tanti.
Parliamo poi di certi mercanti
che fanno fare mille aggeggini,
di vetro e di piccoli smalti,
che se ne vende poi un’enormità. […]
[…]Parliamo poi dei gioiellieri
con quei loro pendenti per orecchie,
che ho visto che fanno persino delle secchie
da mettere al collo;
se gli danno per caso uno scrollone,
dovranno metterci su del sale.
Quelli poi che fanno i broccati,
non so proprio come vorranno fare,
con questa prammatica che si dice;
e così pure i sarti, che sono poi amici loro,
e si arricchiscono con loro,
con le confezioni e quegli impicci
da cui cavano tanti denari.
Parliamo poi dei sellai […]
Vogliono persino porre un morso,
dico davvero e senza forse,
a quelle navi e a quei carri
Che si mettono in tavola nei banchetti,
con gli stecchi così ben fatti
e gli Amori argentati.
E proibiscono quei tali stramazzi
che si usano per sollievo
delle donne, quando hanno finito di mangiare.
Sentirete il pandemonio
che faranno le donne adesso!
Vorrei trovarmi presente
quando terranno questi loro conciliaboli
e sentire il gran bisbiglio
che faranno, una dopo l’altra.
Chi dirà: Oh la mia luna, (1)
tutta piena di pietre preziose!;
e chi dirà: Mi si toglie
la licenza dei fiorellini
e dei tanti ninnoli
con cui mi acconciavo la testa!
E l’altra: Oh la mia veste
tutta ricamata!
E l’altra ancora: Il mio collare
e il vestito stratagliato!
E io che ora non potrò più
portare il codino posticcio
e tante altre belle cosucce.
L’altra, poi: La mia sottana,
che ha un orlo alto una spanna!
E la veste con i puntali,
e i bottoni che sembrano sonagli,
e le bande da mettere al collo! […]
Ma ognuno ci faccia attenzione,
se ho fallato me ne pento.
In questa prammatica,
in vero, sono implicate malamente
anche le mogli dei mercanti,
che non potranno comparire da tanto,
come un gentiluomo;
non vogliono che un poveruomo
porti intorno tanta seta;
e sarà da meravigliarsi
se non succede qualche tafferuglio,
anche con teste rotte, dico,
nella ricerca di una nobiltà
che vedo tanto mescolata.
Qui taccio e me ne vado.

(1) usata come ornamento della fronte

 

 

 
 

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