Lingua 5 4
powered by FreeFind

Fabio Varese (ca. 1570 - 1630)

Secolo importante questo (il '600) per la nostra letteratura, perché è un periodo ricco di personalità letterarie sotto diversi punti di vista (lessicale, teatrale e letterario).
Un ruolo di rilievo ricopre Fabio Varese, che si colloca a cavallo tra il XVI e il XVII secolo. Originario, come indica il nome, probabilmente di Varese, ma vissuto a Milano in un periodo "sfortunato", cioè tra le due pesti (1577 e 1629), di lui si hanno scarse notizie.
Al pari del Lomazzo, però, si sa che è una personalità poliedrica: oltre che letterato, infatti, il Varese era impegnato anche in campo musicale (cantore e musico nella chiesa di San Gottardo e forse anche in Duomo). Uomo colto, conscio della funzione sociale della cultura, si mantenne nei confronti della società in una posizione critica di contestazione, vivendo in un periodo e in un ambiente ricco di personalità di primo piano: Giuseppe Meda, Lodovico Settala, Giuseppe Ripamonti e Gerolamo Cardano, per citare i più noti.
"Poeta maledetto", fu il primo ad adoperare il "dialetto" in maniera sistematica per una critica al regime (il sonetto di Andrea Marone fu solo un episodio sporadico).
Tutto questo fu senza ombra di dubbio influenzato dal periodo storico, uno dei più brutti della nostra Milano: regresso demografico, economia fiorente compromessa dalle guerre e dalla dominazione spagnola, che trattò Milano come territorio di conquista e sfruttamento, conseguente decadimento dei costumi, la peste che diede il colpo di grazia.
Il suo stile è crudo, violento e realistico, in virtù della sua vis satirica e della sua forza espressiva, senza mai scadere nel volgare. Queste sue caratteristiche, accentuate dal fatto di essere manifestate in un periodo estremamente censorio, come quello dell'Inquisizione, consentono di avere un quadro veritiero della decadenza della Milano dell'epoca, compreso la condanna del costume borioso e dei vizi della società e del coraggio di Varese.
La sua poesia, metricamente perfetta, in alcuni casi si avvale delle citazioni di classici, riprendendo ad esempio pezzi di Seneca e Catullo, mostrando così di possedere una ottima conoscenza della letteratura latina.
A testimonianza di quanto affermato, vorrei portare due esempi, mettendo a confronto brani degli autori citati con pezzi del Varese.
Nel primo, Seneca in una lettera al suo amico Lucilio, lo esortava a ricercare la quiete dentro di sè, incurante del chiasso del mondo e dei suoi problemi. In particolare, egli scrive:

“Io affermo, pronto a pagare colla vita, che il silenzio non è affatto necessario, come si dice, per chi sa starsene appartato nei suoi studi. Ecco, risuonano intorno a me da ogni parte varie grida, giacché io abito proprio sopra lo stabilimento balneare.[…] immagina tutte le specie di voci più ingrate […] ad esempio quando i più robusti si esercitano, si affiancano o fingono di affiancarsi, ed io odio i gemiti con cui emettono il fiato trattenuto ed i sibili del loro respiro affannato […] Se poi sopraggiunge il giocatore di palla e comincia a numerare i colpi, allora addio, non c’è più altro da fare. Spesso poi vien fuori l’attaccabrighe, un ladro colto in flagrante, ed anche quello al quale piace ascoltare la propria voce durante il bagno, ed aggiungi infine quelli che si gettano nella vasca con gran rumore dell’acqua sbattuta. Oltre a questi, i quali hanno le voci per quanto ingrate almeno normali, immagina anche un depilatore che per farsi notare emette una voce languida stridula e non sta un momento zitto, a meno che strappando i peli alle ascelle non faccia gridare un altro in vece sua: e infine le diverse voci dei venditori di bibite, il salsicciaio e il pasticciere e tutti i commessi di taverna che vendono ciascuno la sua merce con una sua speciale inflessione della voce.”

Vediamo ora la situazione caotica descritta dal Varese, con particolare riferimento alla sua abitazione:

No’ m domandè de grazia donde stó,
che maledetto sia stó ind ona cà
dov’no poss di de nògg mai repossà
del fregg e del fracass e del spuzzò:

ona cà sott i copp che quand ghe vó
g’hó semper scient basij da innumerà,
dò camer dall’invers dov’ mai no gh’dà
da nessun temp dell’ann on pó de só;

per mezz ai beccarij, par mezz al foss
e se sent i becché co’ i sû folsciasg
che van semper taiand carn’e baloss,

dond se ved nomà donn che lava strasg:
de più andà ai fenester mai no poss
che no veda a voià sempr’on pettasg;

su i scar millj spegasg
de merda d’i fancitt d’i mé visin,
che caghen anch d’i vûlt sott al camin.

In l’ora del mattin
g’hó pû sempr’on concert de resegott,
de carr e de carrett on terremott.

Ma quest el è nagott
respett al ciass che fan i barchirû
i vedei de becchè co’i vacch e i bû.

Tra l’olter gh’è on fiû
d’on vesin che no m’lassa mai dormì,
ch’al rasgia dalla sira in fin’ al dì.

Ma cazz mi vûi finsgì
e portà via ona nogg la paia e’l legg
maledett sia ‘l padron la cà co’l tegg.

Non mi domandate di grazia dove sto,
che maledetto sia sto in una casa
dove non posso né dì né notte mai riposare
dal freddo, dal fracasso e dalla puzza;

una casa sotto i coppi che quando ci vado
ho sempre cento gradini da contare
due camere sul retro dove mai non da
in nessuna stagione dell’anno un po’ di sole

in mezzo alle macellerie, a mezzo al fosso
e si sentono i macellai con le loro asce
che vanno sempre tagliando carne e ossi,

dove si vedono soltanto donne che lavano stracci:
e per di più non posso andare alle finestre
che non veda vuotare sempre un pitale;

sulle scale mille sgorbi
di merda dei fanciulli dei miei vicini,
che cagano anche a volte sotto il camino.

All’ora del mattino
ho poi sempre un concerto di segatori,
di carri e di carretti un terremoto.

Ma questo è niente
rispetto al baccano che fanno i barcaioli
i vitelli dei macellai con le vacche e i buoi.

Tra l’altro c’è un figlio
d’un vicino che non mi lascia mai dormire
che raglia dalla sera fino a giorno.

Ma cazzo io voglio fuggire
e portar via una notte la paglia e il letto
maledetto sia il padrone, la casa col tetto.

La seconda situazione, presente anche in Catullo, non riguarda la società, ma un argomento più intimista come l'amore, e più precisamente l'amore non ricambiato. Catullo amava Lesbia in maniera molto profonda, con un sentimento così sincero e ostinato da superare anche i pregiudizi della gente: "Viviamo, mia Lesbia, ..."

“Viviamo, mia Lesbia, amiamoci e a tutto il brontolare dei vecchi più severi diamo il valore di un soldo. I soli possono tramontare e risorgere: per noi, una volta tramontata la nostra breve luce, rimarrà una notte, sola perpetua. Dammi mille baci, quindi cento, quindi altri mille, quindi ancora cento e ancora mille e altri cento, finché, quando ne avremo raggiunte molte migliaia, ne conturbiamo il numero per non sapere, e perché nessun invidioso malefico lo possa, quanti essi siano.”

Ma non sempre la realtà è come noi la vorremmo:

“Catullo, misero, smettila di far sciocchezze e dà per perduto quel che hai visto perire. Un giorno risplendettero, sì, soli fulgenti, quando andavi dove la fanciulla ti conduceva, da te amata quanto nessuna lo potrà mai. Là allora accadevano molte cose giocose, che tu volevi e lei rifiutava.
Davvero splendettero soli fulgenti. Ma ora lei non vuol più: quindi anche tu, altro non potendo, non volere e non correr dietro a lei che fugge, non vivere in malinconia, ma sopporta ostinatamente, tieni duro! Ciao ragazza! Catullo ormai non molla, né ti cerca, né ti richiederà, visto che non vuoi: ma tu ne avrai dolore non vedendoti richiesta. Scellerata, guai a te! Che vita ti rimane? Chi verrà ora da te? A chi sembrerai attraente? Chi amerai? A chi morderai i labbruzzi? Ma tu, Catullo, ostinato, tien duro.”

La delusione di Catullo, accentuato dal fatto che la sua Lesbia frequenta una taverna di dubbia fama, sfocia in una invettiva:

“Ed ecco quella fanciulla, che fugge dal mio seno, amata tanto quanto nessuna sarà mai amata, per la quale tante battaglie ho combattute, siede tra la gente di questa risma… e allora, buoni e beati amatela tutti e perfino, cosa indegna! Voi, piccola canaglia e ruffiani degli angiporti. E sopra tutti tu, Egnazio, figlio esemplare della conigliosa Celtiberia, grazie alla capigliatura, alla barba fitta che ti distingue come la tua dentatura sbiancata dall’urina”

Così si può dunque sintetizzare la struttura del lamento di Catullo: la fanciulla, l'amore, l'abbandono, la perversione.
Forti analogie si possono riscontrare in Varese: la passione cocente, la delusione e la rabbia per l'abbandono, mista a un grande dolore, il tracollo di lei:

Per una meretrice che lo aveva abbandonato

Va' mò porca su i fórch, va' che t'hó intes,
va' mò int i magazzin co'i tû berton (1),
che te ne trovaré mai più on coion
inscì dolz com'è stó Fabj Vares.

Va' che hó fed da vedett no passa on mes
dré l'Arcivescovà su quij canton
co'l pignattin con drent quatter carbon
piena de piûgg (2), de rogna e mal frances.

Bagassa, ch'accadeva a (3) caragnà
quand te ciavava e dì «No me abbandona,
car el mè ben te staro sempr'in cà» ?

Ti te favet la sempia e la coiona,
«No soj la toa Telina e tì el mè pà ? »:
la fórca che t'impicca, bolgirona (4).

Va mo’, porca, sulle forche, va che t'ho intesa,
va mo’ nei magazzini coi tuoi lenoni,
ché non troverai mai più on coglione
così dolce come fu Fabio Varese.

Va ché ho fede di vederti, non passa un mese,
dietro l'Arcivescovado, su quei cantoni
col pignattino con dentro quattro carboni
piena di pidocchi, rogna e mal francese.

Bagascia, cosa importa piagnucolare
quando ti chiavavo e dir «Non mi abbandonare,
caro il mio bene, ti starò sempre in casa» ?

Tu facevi l’ingenua e la sprovveduta,
«Non sono forse la tua Telina e tu mio padre ? »:
la forca che t'impicchi, buggerona.

Note: (1) = lenoni; (2) = pidocchi; (3) = cosa importa; (4) = buggerona.

Questa figura della "meretrice" di Fabio Varese, una donna in regime spagnolo, ispirata dalla Clodia di Catullo e sentita nel tumulto dei moti dell'anima, ha ispirato la Ninetta di Porta; è una figura di grande poesia che, tra l'altro, grazie alla sua forza, superò tutte le censure, perfino della Controriforma.

 

 
 

Argomenti correlati

 

 

Iscrivetevi alla newsletter !!

riconosciMI - il quiz della Credenza su Milano

Milano che non va - proteste a fin di bene

 
Creazione :10/2006
Ultimo agg. :10/2006