Lingua 6 1
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Giovanni Ambrogio Biffi (secc. XVI - XVII)

Come il Capis, anche il Biffi ricopre un ruolo importante nella cultura e nella lingua milanese non tanto per un aspetto poetico-letterario, quanto piuttosto per uno "scientifico": se, infatti, il primo è noto specialmente per un protodizionario, il secondo si afferma per un'opera che pone le basi della fonetica milanese, per molti aspetti attuale ancora oggi.
E un lavoro di tale complessità non poteva essere fatto che da un 'addetto ai lavori', un uomo colto, perfettamente a suo agio con la cultura e con vasta esperienza in campo linguistico.
Emigrante, insegnante di italiano nel Brabante (allora sotto il dominio spagnolo come la Lombardia), all'Università di Lovanio, il Biffi ebbe il modo di allargare le sue conoscenze linguistiche allo spagnolo, al francese e al tedesco, entrando in contatto con filologi come Ericio Puteano.
Arricchito da tali esperienze, appena tornato in "patria", venne coinvolto casualmente in una disputa sul modo corretto di scrivere e pronunciare il milanese; passerà così alla storia per aver composto il "Prissian de la parnonzia milanesa" (ispirato dal grammatico latino del sesto secolo Prisciano), primo testo di fonetica ragionata del milanese, i cui principi sono validi ancora oggi, a circa quattro secoli di distanza.
Un esempio per tutti: egli mette in chiaramente in evidenza l'opposizione fonetica e semantica della sillaba con vocale lunga e chiusa, seguita da consonante breve, rispetto a corrispondente sillaba breve e aperta, seguita da consonante lunga (al, pel gris, tos / ball, pell, fiss, toss).
Leggiamo, per concludere, qualche breve sua considerazione in proposito.

Par la proùma al besogna sauè che el nost lenguag al è el più pur, el più bel e el miò che se possa trouvà; al se chonfa tant con la Natura ch’a nol chad sforzal naghot intel droual, né manch à besogn de belè par fal più bel, al ghe basta quel sprendò nassù ch’al à con lù inscì pur pur. E se ben la parnonzia è più grassa dell’a, b, quel voùr dì nient, perchè el fac de la parnonzia stà inn la composizion di leter, e no intel numer, che a vorè fa tanc leter come ghe besognarau nol sarau assè quìj de la China ch’inn sessanta milìj; ch’al se meta ben insema i leter, che la parnonzia è bona da intend. (…)
s. Al’è dolza come inn spes e spos, quand al’à strecia la vochà, e questa se schriu sempia com’em dìj al l, ma s’al’è aspra e ghaiàrda e’gh va largha la vochà, e alora es segna dobia, ss, come spess e spass…

Dapprima bisogna sapere che il nostro linguaggio è il più puro, il più bello che si possa trovare; si confà tanto con la natura che non occorre forzarlo per nulla nell’adoperarlo, né manco ha bisogno ha bisogno di lustrini per farlo più bello, gli basta quello splendore nativo che ha in sé così puro. E, sebbene la pronuncia è più grassa dell’alfabeto, non ha importanza, perché il proprio della pronunzia sta nella composizione e non nel numero delle lettere, ché, a voler fare tante lettere come ne bisognerebbero, non sarebbero abbastanza quelle della Cina che sono sessantamila; che si mettano bene insieme le lettere, che la pronuncia è facile da intendere. (…)

s. È dolce come in spes (spese) e spos (sposo) quando la vocale è stretta (e questa si scrive semplice come abbiamo detto al l), ma se è aspra e gagliarda, e ci va la vocale larga, allora si segna doppia, ss, come spess (spesso) e spass (spasso) …

 
 

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Creazione :10/2006
Ultimo agg. :10/2006