Lingua 6 4
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Ne “I consigli di Meneghino” viene evidenziato l’illuminismo cristiano del Maggi (tutti gli uomini hanno dentro di loro i lumi, tanto è vero che un servo come Meneghino diventa docente di vita del suo signore Fabio) che precede quello di Rousseau (l’uomo nasce puro, è la società che lo guasta); testimonianza di ciò è il seguente brano, nel quale una serrata critica alla guerra, critica non tout cour, ma fatta operando dei “distinguo” e all’uso “egoistico” dei capitali ci dimostrano che in qualsiasi scelta non si può fare a meno di due cose, il buon senso e i principi:

I Maggiorengh de cà
Ghe van per comandà;
O quij ch’inscì comporta i soeù interess.
O i soeù necessitàe; l’è on olter cunt.
Ma on paer vost,
Fioeù sol con tanta robba,
Fass Soldàe par avegh d’i post avolt,
L’è on buttass in d’on pozz par fà on bell solt.
El fà ‘l Soldàe, no negh
C’hel sia mesté onoraet;
L’è on grolios impiegh,
Ma domà par dù staet:
Par i sbris, che no g’han nessuna sort
De viament, né d’art
De guadagnass el pan per oltra part;
Costor l’è mei che vaeghen a buscass
La vitta, e resegà de fa passaeda,
O la mort onoraeda.
L’è mei par lor, che andà marabiand
Con priguer ben sovenz d’ess inzighàe.
Da i malconsei della necessitàe.
Par quest quella sentenza avarì intes.
La guerra l’è la purga del paes.
L’olter staet par la guerra
L’è quel d’i Gentiromen.
Quist chì sì,
C’han par obligazion
El defend in campagna com’ se dè
Co’l valor del sò sangu la patria, e ‘l Re.
Chi no sa fà lusì la nobeltàe
Sott al Stendart riael, no vaer on bobbel,
Chè la fortezza l’è vertù d’i Nobel.
Me regord, che diceva mè messé
Che in del sò temp i Gentiromen grand
Heven vergogna a mettes in guarnascia,
Né stimaeven impiegh par Nobeltàe
El zappà carimàe.
Mi no digh tant.
So che par gent de spiret
L’è dal paer bonna straeda
E la penna, e la spaeda.
Ma no tugg hin nassù con la malmoria
De tegnì a ment i lesg comè l’A, B,
Nè tanto guzza da scannà palpè.
I Gentiromen, che non han par letter
Genij, nè abiritae, coss’hann da fà?
Gironzà sù, e sgiò par i contràe
Stravacchàe in d’on Caless,
Incoeù zaccà ona rissa,
Doman mandà ona sfida,
Marmorà, sbarloggià:
Basta, la lassij lì.
Tràe tugg i pest, che hin dagn
Del publech, del privàe fan el bovesg,
La Nobeltae oziosa l’è la pesg.
Ora, vegnend a cà,
Vù no sì né d’i prum, né d’i segond,
D’i dané ghe n’hì a sbacch,
Nobel no sì,
Sì fioeù sol, se ‘v chaed ona desgrazia
La vosta cà l’è andàe.
Ve pò vegnì in del stomegh
On bell micchin de ferr,
Che maei pù no ve lassa degerì;
Pò suzzed, che ve tocca
On borlin fogorent,
Che della vosta carna innanz al termen
Faega ona rostiscianna par i Vermen.
Quelli che per casato sono “maggiorenghi”
ci vanno per comandare;
e così fanno quelli che vi hanno interesse
o necessità: è un altro conto.
Ma on pari vostro,
figlio unico con tanta roba,
Far il soldato per avere dei posti in alto
è come buttarsi in un pozzo per fare un bel salto.
Far il soldato non nego
che sia mestiere onorato,
impiego glorioso,
ma solo per due stati:
per gli spiantati, che non hanno alcun genere
d’avviamento, o d’arte,
per guadagnarsi altrimenti il pane.
Costoro è meglio che vadano a tentare
una vita e ad arrischiare una carriera
od una morte onorata.
Per loro è meglio questo che una vita di stenti,
con il pericolo di essere ben sovente punti
dai cattivi consigli della necessità.
Per questo avrete inteso quella sentenza:
La guerra è la purga del paese.
L’altro stato per la guerra
è quello dei Gentiluomini.
Questi sì
hanno come obbligo
difendere nelle campagne, come si deve,
col valor del proprio sangue la patria e il Re.
Chi non sa far risplender la nobiltà
sotto lo stendardo reale, non vale un quattrino,
poiché la fortezza è la virtù dei Nobili.
Mi ricordo che mio nonno diceva
Che, ai suoi tempi i gentiluomini di grande casato
avevano vergogna a mettersi in toga
e non stimavano impiego da nobili
lo “zappar calamai”.
Io non arrivo a tanto.
So che per gente di spirito
sono del pari buona strada
e la penna, e la spada.
Ma non tutti sono nati con la memoria
di tener a mente le leggi come l’A-B-C,
né tanto acuta da scannar fascicoli.
I gentiluomini, che non hanno per le lettere
genio, né abilità, cosa devono fare?
Gironzolare su e giù per le contrade
Stravaccati su un calesse.
Oggi attaccare rissa,
domani mandare una sfida,
mormorare, occhieggiare:
basta, la lascio lì.
Di tutte le pesti che sono danno
del pubblico e mandano a rotoli il privato,
la nobiltà oziosa è la peggiore.
Ora, tornando al vostro caso,
voi non siete né dei primi, né dei secondi,
di soldi ne avete a palate,
non siete nobile,
siete figlio unico, se vi accade una disgrazia,
la vostra casa è andata.
Può arrivarvi nello stomaco
ona bella michettina di ferro,
che non vi lascerà mai più digerire.
Può succedere che vi tocchi
una bella palla incandescente
che della vostra carne anzitempo
faccia una bella rosticciana per i vermi.

altro elemento importante di questa opera è l’identificazione dei “tipi” coi personaggi, che agiscono nella storia con riferimenti precisi; come non poteva mancare un altro leitmotiv della filosofia del Maggi, vale a dire un richiamo alla necessità di adottare una lingua nuova, poiché il latino, dal quale deriva il toscano, ha fatto il suo tempo, come ben afferma nel Prologo Baltrammina, scacciando la Commedia:

Desmettì st’antigaja i mé Toson:
On temp l’heva del bon,
Adess l’è on alter fà;
In scambij da fà rid, fé sbadaggià.
On bott ho sentù a dì, che da i antigh
Fu lodàe pù del giust
De sto Comediant i mott saràe,
E digg da vù, me paeren sempietàe.
Parchè mò? L’è on gran Plaevet;
Ma foeù del sò latin no ‘l paer pù quel;
E vù Toson con toccà màe quel flaevet
A i nost oregg el fé parì on sonell.
Smettetela, ragazzi miei, con quest’anticaglia.
Una volta poteva andar bene,
ma oggi le cose sono diverse:
invece di far ridere, fate sbadigliare.
Ho sentito dire, che dagli antichi
erano lodate più che mai,
di questo commediografo, i motti salaci
che, però, detti da voi sembrano alquanto sciocchi.
Perché mai? Sì, è un gran Plauto,
ma fuori dal suo latino non par più quello;
e voi ragazzi, a suonar male in quel flauto,
ai nostri orecchi lo fate sembrare uno zufolo.

· ne “Il falso filosofo”, infine, riprende i concetti espressi in precedenza, puntando in particolar modo sull’ingiustizia di un certo sistema carcerario, dove prevalgono i soprusi dei violenti a carico dei deboli (senza distinzione di ruoli, detenuti o secondini) a danno della certezza, non tanto della pena, quanto della giustizia, anticipando i sentimenti e le idee di due grandi “garantisti” lombardi, Pietro Verri e Cesare Beccaria.

Dal punto di vista linguistico, un cenno merita anche la “doppia grafia” della a/ae e il suo linguaggio.
Tralasciando il fatto che il Maggi ricerca una formulazione grafica tramite un superamento degli esiti dei predecessori (Lomazzo, Varese, Biffi e Capis), per cui introduce il grafema “oeu” (fioeu) al posto della “u” del Varese (fiu) o della “où” di Biffi (fioù), oppure che all’inizio del suo poetare trascura la differenza tra infinito e participio passato, scrivendo “à” in entrambi i casi, il fattore più eclatante della sua grafia è la presenza non casuale di due codici linguistici differenti, uno aperto e l’altro chiuso (“ae” ed “a”), probabilmente derivato dalla presenza di una forte ondata migratoria da sud (Lodi e Piacenza), quale conseguenza della decimazione della popolazione autoctona a causa della peste. Nei suoi scritti convivono così paer e par, chaera e chara, piantae e piantaa, segae e segaa, e questa grafia “straniera” avrà presa anche sul Balestrieri, tale era il prestigio e l’influenza del Maggi; la creazione di una seconda grafia, inoltre, non era una novità: già il Lomazzo scriveva in milanese, ma aveva anche inventato una grafia alternativa (quella dell’Accademia della Val di Blenio), che in entrambi ricopriva una funzione politica, sociale e culturale. Simile nei contenuti, questa operazione era tuttavia diametralmente opposta nelle finalità: Lomazzo aveva usato questa seconda grafia per una élite, il Maggi per i proletari, una specie di solidarietà ai “nuovi milanesi” (nelle poesie personali usava la grafia in “a”, in quelle sociali, rivolte quindi all’esterno, quella in “ae”).
Per quanto riguarda il linguaggio, il fatto più rilevante è quello che non solo tutti i personaggi parlano il loro “dialetto”dal veneziano, al genovese, al bolognese, ma soprattutto che i milanesi non parlano una lingua unica, ma diverse varianti, fattore questo interessante non solo dal punto di vista linguistico, ma anche quale testimonianza storico-sociale: accanto al milanese “classico”, infatti, troveremo il vernacolo (= dialetto dei servi) parlato dallo sguattero e il milanese misto a italiano della borghesia usato con finalità snob e “di tendenza”.
Per concludere, potremmo affermare che Maggi è il vero fondatore dello spirito milanese, lavoratore scrupoloso, cattolico, osservante sempre onesto anche in una società dove l’onestà e la moralità erano bandite e derise, uno che ha avuto il coraggio di fare le proprie battaglie senza scendere a compromessi e senza riceverne in cambio nessun utile; é, in ultima analisi, quello che ha dato a noi la coscienza di essere lombardi e milanesi, e, che , anche per mezzo dei proverbi, ha identificato la lingua con il suo popolo, e con la morale atavica di esso.

 

 
 

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