lingua 7 1
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Il '700

È questo un secolo posto a cavallo tra due dei tre maggiori colossi della nostra letteratura (Maggi e Porta, perché Tessa ce lo consegnerà il ‘900); questo periodo non vede poeti del calibro di quelli appena citati, ma è ugualmente importante perché vedrà il fiorire di dibattiti fondamentali sulla “questione della lingua”: l’importanza delle lingue e letterature locali contrapposta al suo rifiuto e al suo declassamento, un rinnovamento del linguaggio e delle tematiche affrontate non sono problematiche da sottovalutare. Nomi come Brandana, Accademia dei Trasformati, Giuseppe Parini (1729-1799), Pietro Giordani sono tutt’altro che secondari; se poi, oltre a vitali dibattiti teorici, ma non astratti, abbiamo un corollario di poeti degni di nota, come Girolamo Birago (1691-1773), Carl’Antonio Tanzi (1710-1762), Domenico Balestrieri (1714-1780), Francesco Girolamo Corio (ca. 1720 – ca. 1790), Carlo Alfonso Pellizzoni (1734-1818), Giuseppe Bossi (1777-1815), Tommaso Grossi (1790-1853), non possiamo che trarre un bilancio altamente positivo di questo secolo.

 

Carl’Antonio Tanzi (1710 - 1762)

Segretario dei Trasformati, purtroppo mancò ancora giovane, minato dalla tisi. Come poeta non fu all’altezza di Balestrieri, ma le sue idee furono decisamente più moderne. Basti pensare alla sua poesia sulla cometa, contro ogni superstizione o suggestione (specialmente per chi giocava al lotto) od alla sua polemica con Balestrieri sul concetto di “Osteria”, oltre che ai suoi arguti sonetti sui vizi e le debolezze umane.
Tanzi era anche un fautore della letteratura dialettale, degna di entrare in Accademia, alla pari con la letteratura di lingua toscana. L’Accademia dei Trasformati, fondata nel 1546, dopo un lungo periodo di decadenza, era risorta nel 1743 per opera del Conte Giuseppe Maria Imbonati e si proponeva di difendere la tradizione letteraria lombarda e quella classica in polemica con le estreme degenerazioni dell’Arcadia.


Sora l’ignoranza

 

De ignoranza ghe n’è propri a balocch
e, per quistalla, no ghe va sudor;
e l’è per quest ch’en vedem minga pocch
che la cobbien col titol de dottor.

La tacca l’ignoranza e sciori e sbiocch;
ma, in di sciori, la troeuva di impostor
ch’hin marzocch, e no passen per marzocch
mediant i fed fals di adulator.

Gh’è l’ignoranza, che la se pò dì
de sò pè; gh’è poeù l’oltra, de chi lassa
mal coltivaa on talent ch’el pò fruttì.

Ma, via d’on cert epitet, tuttcoss passa!
El mè brusor de stomegh, l’è a sentì
Quella che ciamen ignoranza grassa!

Di ignoranza ce n’è proprio a iosa
e, per acquistarla, non ocorre sudore;
ed è per questo che ne vediam molti
che l’accoppiano al titolo di dottore.

L’ignoranza infetta ricchi e poveri;
ma, tra i ricchi, lei trova gli impostori
che lo son, ma non passano per scemi
per la stima dei falsi di adulatori.

C’è l’ignoranza, che si può chiamare
spontanea; e poi l’altra di chi lascia
mal coltivato un talento che può fruttare.

Ma, tranne un certo titolo, tutto passa!
E ho il brucior di stomaco, sentendo
quella che chiamano ignoranza grassa!

 

Domenico Balestrieri (1714 - 1780)

Persona retta, eccezionale per un funzionario del fisco, le cui doti letterarie sono da ricercarsi nell’enorme ricchezza e varietà della produzione e nella finezza delle forme poetiche.
Fondatore, insieme al Tanzi e ad altri, dell’Accademia dei Trasformati, tesa ad un rinnovamento della tradizione, senza per questo rinnegare il passato, oltre ad essere un fine traduttore dal greco, dal francese e anche dall’italiano, viene ricordato, soprattutto nelle rime, per una poesia moraleggiante, ma fatta di un umorismo pungente che richiama alla riflessione.
Il Balestrieri sa essere veramente poeta quando si raccoglie in se stesso e lascia libero sfogo alla fantasia ed al sentimento: basti pensare all’elogio che egli fa delle campagne lombarde, al Mirabello di Monza, a Turate, a Cavallasca, in cui descrive il vario atteggiarsi delle nuvole nel cielo; ma anche la cucina dell’anfitrione, conte Imbonati; è proprio in queste descrizioni che il dialetto riesce ad esprimere nel modo più genuino immagini e concetti anche elevati.
Balestrieri ha tradotto in milanese, in venti anni, tutta la Gerusalemme liberata, con effetti quasi superiori a Tasso nelle parti descrittive o dialogate adatte al dialetto. Si è cimentato in ogni genere della lirica con una produzione abbondantissima: “I mè rimm in milanes / vègnen via come i scirés”. Ammiratore di Maggi scrisse tutte le Rime in ae, ma dopo il 1754 e in tutta la Gerusalemme usò la grafia normale. Fu Accademico Trasformato, ben visto e amico di tutti, beato nel suo mondo poetico metafora del quale era la “Osteria”.

Chi tropp, chi minga

Even staa licenziaa da on cavalier
el dì inanz duu staffer,
et quidem tucc duu a on bott.
El dì adree el camarer
el ghe n’esebì (1) in scambi sett o vott.
«Bon! – respondè (1) el patron –
Inscì, a vista de nas,
fee vegnì innanz quij duu che sien pù al cas
segond la mia intenzion».
De fatt subet entrènn (1),
sfrisand el soeul coi reverenz che fenn (1).
Al primm che intrè (1) el ghe diss (1): «Savii servì?»
E quell: «Lustrissem, sì».
«Savii fa on compliment?» «Ch’el se figura!
Savaroo fall sigura»
«E per portà imbassad?»
«Magara anch a parola per parola!
No me cala espression nè bona tolla,
e foo prest a girà per i contrad».
«E, se l’occorres mò,
farissev de mangià
in mancanza del coeugh?» «E perchè nò?
Sien past froll o sfojad,
supp, pastizz e pitanz de tucc i sort,
poss dì che l’è el mè fort».
«E sorbett e gelaa
savarissev fa anch quij?» «Oh manco maa».
«Bravo! E, quand in campagna fudess senza
el barbee, el perucchee?»
«Ghe sont mì a l’occorrenza;
e, al besogn, foo anch el sart e el caroccee.
Ai curt, el me pò mett
a less e a rost, nol restarà imperfett;
e, segond el salari,
ghe faroo anch de agent, de segretari!...»
«N’hoo a car» - basand el coo
el repiè (1) el patron – «tucc sti vertù!
Fermev pur in cà mia che i provaroo!...»
Voltaa poeu a l’olter, el ghe diss (1): «E vu?»
«Quand el voeubbia ess content
de la mia servitù
- respondè (1) l’olter – no faroo nient;
giacchè el me camarada el fa tutt coss,
per mì resta tant manch;
e foo el mè cunt, che poss
ess de guardia settaa su on cassabanch!...»
Erano stati licenziati da un cavaliere
il giorno prima due staffieri,
et quidem entrambi in un solo tratto.
Il giorno dopo il cameriere
ne propose in cambio sette o otto.
«Bene! – rispose il padrone. –
Così, a lume di naso,
fate venire innanzi quei due che più fanno al caso,
secondo le mie intenzioni».
Difatti, essi subito entrarono,
sfiorando il suolo con le reverenze che fecero.
Al primo che entrò, egli disse: «Sapete servire?»
E quello: «Illustrissimo, sì».
«Sapete fare i convenevoli?» «Si figuri!
Li so fare di certo».
«E portare ambasciate?»
«Anche parola per parola, se è necessario
Non mi manca la chiacchiera né la faccia di bronzo,
e son rapido a girare per le strade».
«E, se occorresse all’improvviso,
sapreste cucinare
in mancanza del cuoco?» «E perchè nò?
Sia past frolla o sfoglia,
zuppe, pasticci, pietanze d’ogni sorta,
poss dire che sono il mio forte».
«E sorbetti e gelati,
sapreste fare anche quelli?» «Oh, manco male».
«Bravo! E, quando in campagna rimanessi senza
il barbiere, il parrucchiere?»
«Ci sono io all’occorrenza;
e al bisogno so fare il sarto e il cocchiere.
In breve, mi può mettere
a lesso e arrosto, non rimarrà sconcertato;
e, secondo il salario
le farò anche da agente, da segretario!...»
«Mi fa piacere» - abbasando il capo
riprese il padrone – «Che abbiate tante virtù!
Fermatevi pure in casa mia, le metterò alla prova...»
Rivolto poi all’altro, disse: «E voi?»
«Quando voglia contentarsi
dei miei servizi
- rispose l’altro – no farò niente;
poichè c’è il mio compagno che fa tutto,
a me rimane ben poco,
e son di parere che posso
fare da guardia seduto su una cassapanca!...»

 

 
 

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