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L'800

Di fronte a un fenomeno, qualsiasi figura, per quanto brava sia, ne esce ridimensionata. Lo stesso vale per il XIX secolo della nostra letteratura, dove non emergono figure trascendentali, vuoi perché i poeti con la P maiuscola non nascono tutti i giorni, vuoi perché, per quanto non lo si voglia, ma dopo aver avuto come paradigma la gigantesca figura del Porta, è sempre difficile per chiunque raccogliere tale eredità e qualsiasi accostamento diventa sempre arduo.
È, al di là dell’aspetto poetico, un secolo importante per la nostra letteratura per due fattori, in un certo senso concatenati:
a) la Scapigliatura. Fu questo movimento un rivoluzionario che, pur essendo limitato geograficamente e temporalmente, perché fiorì a Milano e Torino e si sviluppò nell’arco di un trentennio, dal 1860 circa alla fine del secolo, fu di rilevante portata non solo perché investì globalmente molti aspetti della cultura, dalla letteratura alle arti figurative (coi pittori T. Cremona, D. Ranzoni, L. Conconi), dalla musica (Arrigo Boito) al costume sociale, ma anche per le concezioni innovative e contestatrici che portava avanti. Fu un movimento distruttivo e costruttivo al tempo stesso, in quanto voleva superare certi retaggi del passato (valori tradizionali borghesi, impegno civile, ideali nazional-risorgimentali) per opporre soluzioni e modelli nuovi (l’eroe negativo o l’anti-eroe, il ricorso a soluzioni intimiste, come l’onirico, il favoloso, il grottesco e il patologico, e dal punto di vista economico-sociale una forte esigenza di modernità e di sviluppo portata avanti da un nuovo ceto imprenditoriale, con con l’acuirsi di quei contrasti sociali e di quelle contraddizioni, che si sarebbero ripercosse anche all’interno di essa).
b) tradizione teatrale. Pur non dimenticandoci che “di norma, il teatro vernacolo ha svolto una funzione di evasione dalla stretta quotidiana; quindi critica sì, ma fondata sull’umorismo e con esito liberatorio,” (Beretta), dobbiamo anche ricordare che, il teatro di fine ‘800, inserito in un contesto scapigliato, anticipa temi più importanti: il contrasto tra l’indolenza (voluta dal governo austriaco) di prima del ’48, e il dinamismo successivo; la lealtà che supera i limiti di nobile, borghese, popolano (Cima); il determinismo di Lombroso di fronte alla volontà dell’uomo (Illica); la critica ad una società che, grazie al potenziamento dei mezzi di produzione, crea ricchissimi, benestanti, ma anche molti poveri; senza dimenticare altri pezzi da novanta: Cletto Arrighi, Alberto Pisani-Dossi, Decio Guicciardi, Gaetano Sbodio, Edoardo Ferravilla, Carlo Bertolazzi, Pompeo Bettini e Ettore Albini, una schiera di nomi che sia per quantità che per qualità ci testimoniano quale fondamentale ruolo avesse giocato il teatro nella nostra cultura.
Oltre a queste esperienze culturali trovano spazio altre espressioni che riguarderanno la dimensione poetica. In questo ambito emergeranno: Giovanni Ventura (1801-1869), Giovanni Rajberti (1805-1861), Vespasiano Bignami (1841-1929), Ferdinando Fontana (1850-1919) e Emilio De Marchi (1851-1901).
Dal punto di vista “umoristico-satirico-impegnato” il XIX secolo è il periodo più fecondo, a dimostrazione che dopo i grossi nomi (Maggi, Balestrieri, Porta) non vi è il nulla, ma un’incredibile vitalità sia dal punto di vista qualitativo e quantitativo che “territoriale”: molti autori che scrivono in milanese provengono anche da fuori Milano, ma anche da altre province.

Elena Giuseppe (1800 ? - 1880 ?)

Scarse le notizie biografiche di questo poeta, vissuto presumibilmente tra l’inizio e la fine dell’800. Fu architetto, pittore e poeta. Di carattere “deciso”, era dotato di un pungente spirito satirico e di una vivace intelligenza.

L’indovin

Avii mai vist in strada quell veggett
Onc, negher, sporch, mangiaa di pioeucc polin,
A scappà da ona fila de donnett
Che cerchen de tiragh el marsinin?

Savii perchè el fan cor? Per on ambiett,
Ch’el gh’eva scritt col gess in sul copin,
Ch’han miss e ch’han vengiuu tutt i zabett,
I serv, i sciori, i damm, i madamin.

Ma propi el ver motiv che l’ha fottuu
De dovè sgambettà stremii stremii,
L’è staa che, stuff, on dì lu l’ha creduu

De finilla col digh: «Foeura del cuu!»
- «Grazie mille! … L’è el sedes! … Emm capii! …»
L’han miss! … Scior sì, ch’el sedes l’è vegnuu.

Giovanni Ventura (1801 - 1869)

Scrisse di lui Ferdinando Fontana, esagerando forse un poco: “Nessun poeta meneghino seppe come lui esprimere con tanta dolcezza i sentimenti più affettuosi, fondendoli (…) col più caustico sarcasmo per ogni sentimento gretto, e col disprezzo, (…) coll’odio, contro i prepotenti. (…) Quanto alla forma, senza tema di esagerare, si può affermare che, rarissimamente, come sotto la penna del Ventura, la lingua meneghina apparve cesellata, pieghevole, efficacissima ad esprimere i più disparati concetti, le più diverse concitazioni dell’animo. Moltissime poesie, poi, per le difficoltà del metro, superate con abilità straordinaria; per la ricchezza delle rime, per la fluidità della vena, davvero meravigliosa, sono assolutamente dei veri capolavori.”
Una poesia la sua, da ricordare più per gli aspetti tecnico-linguistici che per il contenuto “sociale” e più “autarchico”: l’impegno politico non è più quello di Porta o Grossi, mentre anche le fonti italiane o straniere sembrano scomparse. Di lui alcuni suoi colleghi contemporanei “lodano innanzitutto il garbo, l’assenza di trivialità, pur nel rispetto dell’espressione genuina, l’invenzione che è tutto per il poeta, grazie alla quale ogni oggetto, ogni fatto diventa credibile e va al cuore del lettore. Ventura eredita il realismo di Manzoni, cioè l’emozione del poeta – dell’uomo – davanti all’esperienza reale.” (Beretta)
E aggiunge il Bezzola: “La sua è una posia delle piccole cose, capace di introspezione psicologica e attenta ai drammi umani”.
Artista drammatico da giovane fino al 1848, dopo un decennio che lo vide emigrato, venne chiamato, dal 1859 fino quasi alla sua morte, a istruire gli allievi dell’Accademia dei Filodrammatici.

Benedetta la donnetta

Benedetta – la donnetta
tutta amor per el marì,
che la cred – in bona fed,
senza mai trovà de dì.

Benedetta – la donnetta
tutta coeur per la soa cà,
che la tend – ai so faccend,
senza cred de lavorà!

Per on omm l’è on gran confort
ona donna de sta sort!
No gh’è or – per sto tesor!
L’è on regal che fa ‘l Signor!

Ma la donna – brontolonna,
la bigotta – la sabetta,
la gelosa – l’ambiziosa …
Maledetta!... Maledetta!...

L’omm pù trist – rispett a quist
l’è ona pasta de bombon!
Anzi quist – fan vegnì trist
fina l’omm el pussee bon!

Guardee ben! L’è mej la mort
che ona donna de sta sort!
In sto foss – pien de dolor,
l’è ‘l pù gross – che dà el Signor!

Benedetta – la donnetta
tutta amore per il marito,
che crede – in buona fede,
senza mai trovar da dire.

Benedetta – la donnetta
tutta cuore per la sua casa,
e che attende – alle faccende,
senza creder di lavorare!

Per un uomo è un gran conforto
una donna così fatta!
No c’è oro che basti – per questo tesoro!
È un regalo che fa il Signore!

Ma la donna – brontolona,
la bigotta – la pettegola,
la gelosa – l’ambiziosa …
Maledetta!... Maledetta!...

L’omm più tristo – rispetto a questo
è una pasta per fare i dolci!
Anzi queste – rendono tristo
anche il più buono di tutti gli uomini!

Badate bene! È meglio la morte
che una donna di questa sorte!
In questa fossa – piena di dolori
Questo è il più gross – che manda il Signor!

 

 
 

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Creazione :4/2007
Ultimo agg. :4/2007