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Della Chiesa Jemoli Speri (1865 - 1946)

Varesino di origine, autore di importanti pubblicazioni, visse durante uno dei periodi più felici della città, in cui Varese potenziò i suoi commerci, la società progressivamente si trasformò ampliandosi fuori della vecchia cerchia urbana, favorendo un significativo sviluppo industriale. Autodidatta appassionato ed intelligente si forma una profonda cultura in particolare di letteratura italiana, ma diviene anche fine conoscitore di musica e fotografia. "Letteratura, musica, polpett, politica, pittura, cicolatt..." così Speri definisce la "poesia": una ricetta di pagine scritte miste a musica, di cui era un fine amatore, polpette, politica, nella sua fede repubblicana, pittura e cioccolato.
Dopo una giovinezza indisciplinata e in parte avventurosa (fuga dal collegio, soggiorno per lavoro a Marsiglia presso l'ufficio di un armatore (1880), si diede al giornalismo, collaborando anzitutto a "L'uomo di pietra" di Camillo Cima (1892), organo del Partito Repubblicano; fondò nel 1893 e diresse, poi, in qualità di direttore-proprietario fino al 1914 il giornale "Il cacciatore delle Alpi", settimanale repubblicano molto diffuso nel Varesotto sulle cui colonne fecero tra l'altro la loro prima apparizione, a puntate, "I nostri buoni villici", vale a dire l'opera sua poetica più importante e apprezzata, costituita da scenette rusticane dialogate.
Più tardi, abbandonato il giornalismo politico, trovò impiego presso la Banca Cooperativa di Varese che, fusasi poi col Banco Mazzola, divenne il Credito Varesino, del quale si occupò praticamente fino all'ultimo respiro. Dotato di facilissima e felicissima vena, Speri Della Chiesa Jemoli era solito firmare con lo pseudonimo "Try Ko Kumer" la sua copiosa produzione di novellette, canzoni, sonetti, madrigali, giaculatorie, panzanegh e pennellad, bosinad e matoccad, che - anche se buttate giù nella corrispondenza privata con amici e colleghi - avevano subìto rapidissima diffusione, diventando così ufficialmente di pubblico dominio, sebbene non date alle stampe.
L'ispirazione istintiva ed efficacissima, spesso sposata ai pregi della più autentica poesia, resero pertanto Speri Della Chiesa Jemoli ben conosciuto in tutti gli ambienti lombardi, dove fosse di casa la musa vernacola: sicché egli divenne amico, per esempio, del Negri e del Medici, dei fratelli Cima e di Renato Simoni; ammiratore fervido di Guido Bertini, scrisse per la morte di lui alcuni dei propri versi più belli e commoventi. Che dire poi della raccolta Vers... de lira, così ricca di spunti, pur nella sobria veste? Vogliamo ricordare qui, soprattutto, El quart d'ora de Giavan, Don Vincente, I parvénus, Quatter giaculatori a Sant'Antoni, La canzon d'ol boschiroeu, Ta sa regordat?, per non citare che le composizioni più note e famose.
Come gli antichi rapsodi o i più recenti menestrelli, soleva spesso accompagnarsi - nella recitazione dei suoi versi - con la chitarra e il successo era sempre tale e tanto, che fu più d'una volta richiesto di allietare riunioni conviviali nella sua duplice veste di poeta e di musico. Nella canzone popolare Su, massera! seppe financo riprendere magistralmente la forma della " villotta " o " villanella " che, sostituendo gli " strambotti ", venne in sì grande onore nel XVI secolo.
Anche per Speri Della Chiesa Jemoli, come avviene tuttavia per vari autori, e segnatamente per vari poeti anche grandi e grandissimi, gli " inediti" sono molti. Ben raramente un poeta procede componendo di getto la sua opera; così abbozzi, frammenti, semplici annotazioni o anche intere operette rimangono ignorate dal grosso pubblico, sia perché l'autore stesso viene sorpreso dalla morte prima della distruzione totale del suo lavoro o prima dei ritocchi finali che ritiene utile apportarvi, sia perché non stima opportuno - per un motivo o per l'altro - di darlo alle stampe. Comunque, il grosso pubblico rimane in tal modo privato di versi smaglianti o faceti, drammatici o teneri, secondo le circostanze. Ed è, spesso, una più o meno grave perdita: una perdita, a ogni maniera, del patrimonio culturale o artistico, come quando vada smarrita la tessera di un mosaico, che toglie in ogni modo completezza alla veduta d'insieme.
Questo è il caso appunto del poemetto Sonetti prostatici di Speri Della Chiesa Jemoli, che vede oggi la luce per la prima volta, dopo oltre trent'anni di oscurità.
Breve e intuitiva la storia (il titolo dice tutto) del suo " iter" compositivo. Infatti, dall'agosto 1942 al febbraio 1943, l'autore - che aveva allora circa settantasette anni - ebbe a soffrire Ebbe inizio così il calvario del poeta che non fu né lieve, né breve: un " calvario" in piena regola (si pensi, tra l'altro, all'insufficienza dei mezzi tecnici del tempo, alle difficoltà dell'anestesia, alla mancanza di antibiotici o di altre, specifiche terapie antibatteriche di elevata, sicura attività e, soprattutto, allo stato di guerra in cui ci si trovava) dal quale, egli seppe trarre lo spunto, fra malinconico e arguto, per una serie di piacevoli sonetti, riuniti poi a formare in ordine scrupolosamente cronologico un coerente poemetto, che intitolò " Sonetti prostatici " e di cui fece omaggio al suo illustre chirurgo ed amico. Poemetto rimasto per ovvie ragioni obsoleto fino ai giorni in cui i tempi sembrano ormai divenuti propizi (dopo l'esplosione di opere di poesia e di narrativa, di teatro e di cinematografo, in cui s'impone il turpiloquio più smaccato, che accompagna spesso situazioni tali da far arrossire il tradizionale carrettiere) perché - assieme a una certa, sbrigliata libertà di espressioni, che oggi tuttavia non turba certamente più nessuno - se ne conoscano i pregi di efficacia, di arguzia, di bonomìa, di umanità e, perché no?, di poesia nel senso della portiana salacità.
I disturbi citati, a quanto pare, duravano già da un pezzo; ma, nel maggio 1942, le prime avvisaglie di una più seria recrudescenza si fanno di bel nuovo sentire; ne fa fede una prima sìlloge di quattro sonetti intitolati Tòrnom de cap? nei quali, con brio e precisione oseremmo dire "clinica", la situazione viene fotografata in smaglianti endecasillabi, che vale la pena di leggere a mo' di preludio. Si tentano cure medicamentose, si tenta la "radioterapia", ma tutto è inutile; fra il 9 e il 30 ottobre del 1942, infatti, il poeta viene operato - in due tempi, secondo le consuetudini tecniche di allora - di prostatectomìa stando alla cronologia dei sonetti. Il 31 ottobre, a quanto pare, anche la convalescenza immediata del secondo tempo è stata felicemente condotta a termine. Successivamente si arriva, sempre in avanzata convalescenza, al settantasettesimo compleanno (25/12/1935) del poeta che compone allora il suo sonetto augurale (natalizio), dedicato: "Al caro amico, insigne chirurgo, prof. Fumagalli al quale devo d'essere giunto fin qui. Con infinita gratitudine".
Tutto, dunque, sembra volgere al meglio. Ma, a gennaio del 1943, un "punto" che non ha "tenuto" a dovere favorisce il formarsi di una piccola fistola vescicale. Operare di nuovo? Non operare? Attendere? Il poeta nicchia e testimonia la propria perplessità, il proprio disappunto, il proprio sconcerto dapprima e la felicità finale per il buon esito incruento della situazione nei nove sonetti Su e giò de sti rotai..., tra i quali un decimo sonetto del poeta Antonio Negri si trova interpolato come risposta al settimo. Si arriva così, in bellezza, alla conclusione (Dopo tutt...) e all'Appendice del 2 marzo del 1943. Ad onta della tirata finale contenuta nell'ultima terzina di questo sonetto, ogni cosa procede decisamente a gonfie vele. Un anno dopo, per Pasqua, una delle consuete missive augurali al prof. Fumagalli chiude la parentesi con una poetica barzelletta (autobiografica?) scritta sul retro di una cartolina postale; ma il tempo vola; un anno e mezzo dopo, il 9 gennaio del 1946, Speri Della Chiesa Jemoli moriva, portando con sé quel suo brillante e ineguagliabile tesoro di arguzia e di vivacità che così bene lo caratterizzano fra i poeti dialettali lombardi e " bosini" in particolare.

(la maggior parte delle notizie è desunta dal sito:www.milanesiabella.it)

La raganella
(A quei che voeuren fa divers de quell che ghe pertocca)

On bell dì ona raganella,
Che tra i ramm d’on alberella
La grellava alla pù bella.

Avend vist in gîr di usèj,
Legoritt e montanèj,
Che cantàven anca quèj,

Ma che, dopo la cantada,
Via scapàven de volada
Per la selva profumada,

L’ha pensaa: «Se a vèss cont lôr
Col grellà me foo inscì onôr,
Vuj volà ancamì, se occòr!...»

Inscì ditt, de colp la salta
Dalla ramma la pussee alta,
Ma la và a finì in la palta!...

MORÂL

Quij ch’hann vist sto spetascee
Hann riduu e gh’hann vosaa adree:
«Offellee, fà ‘l tò mestee!»

Erudizion

– El sa che incoeu n’ho sentuu voeuna bella,
dopo d’avè insegnaa per tanti mes ?! –
(Gh’ha ditt on dì, incontrandes per la strada,
el mäester al Sindech d’on paes).

Per cercà de cognoss a che portada
eren rivaa, ghe ciami al sò Gioanella:
– La Divina Commedia chi l’ha scritta?... –

«Mi già, sont minga staa!» (el m’ha risponduu)
E el se quattava intant cont la man dritta
come a schivà on coppon o on pè-in-del-cuu !...
Me volti in quella al fioeu del Segretari,
e anca lù – prima anmò ch’avess parlaa –
el me dis, piangiorent, coi man per ari:
– «Nanca mi, nanca mi sont minga staa!...»

Ghe par la sia bonna? … – «Sansessìa …
(l’ha rispost, seri, seri, el Magistraa)
i bagaj, se sa ben che fann inscì …
Ma ‘l me Gioann, gh’el garantissi mì
el pò stà cert ch’el ghe dis nò bosìa …
Putost quell’alter … L’è tant mal levaa,
e on tal bosard, ch’el vanza temp anmò
d’avella fada, e de giuragh de nò!!...»

Primm espansion

Vegnend foeura de gesa, duu spositt
che nodaven in pienna limonada,
faseven i sò bravi ciccioritt
in barba anca alla gent che gh’era in strada:

– «Sent, cara … damm a trà … adess vemm via,
ciappom el treno … quell quell che va a Lugan …
che inscì ogni tant gh’è ona galleria …
Te set contenta?...»
– «Ma mi sì, el mè Nan!...»

– «E … dimm on poo … a mezz-dì, quand rivom là,
Ti coss te ‘n diset?... che pussee me premm,
l’è de cercà la stanza , o de mangià?...»
– «Fa tì, el mè Nan!... Poeu dopo mangiaremm!...»

 

Baslini Carlo (1872 - ?)

È stato un uomo impegnato moltissimo su diversi fronti, sia professionali che civili e istituzionali: medico specializzato in chirurgia e oculistica, primario all’Ospedale Maggiore, docente di oftalmoscopia all’università di Milano, nonché Segretario provinciale del Sindacato Medico Fascista Milanese, Sindaco e poi prefetto a Merate, Consigliere Comunale a Milano sono solo i principali riconoscimenti e impegni che si è assunto. Nonostante questi gravosi incarichi, e pur essendo stato membro del Partito Nazionale Fascista, forza politica che di certo non aveva molto a cuore le sorti delle singole lingue locali, non si è mai dimenticato delle sue origini culturali e linguistiche: organizzò per incarico del Podestà, il Convegno dei Poeti Milanesi a Palazzo Marino nel 1936, scrisse commedie e sonetti in milanese, collaborò con riviste ed almanacchi (come il prestigioso “Almanacco della Famiglia Meneghina”), anche se abbastanza schivo e poco fecondo. Spesso le sue poesie rifuggono dalla nostalgia di un passato che non esiste piùo dai facili sentimentalismi, ma rispecchiano l’attualità, con tono ironico e pungente.

Pian regolador

Da parecc ann lontan on meneghin
dal noster car Milan,
el torna alla cittaa di busecchin,
e, inscì come on gadan,

el se mett a girà di part del Domm;
l’imbocca la via Sala,
cercand Soncin Meraa, sto galantomm,
che l’è ona strada inguala

- quand a costum – a San Peder all’Ort.
El pensa: «porco boja!
Hann buttaa giò tuttcoss …» e poeu el dis fort:
«Hinn i rovinn de Troja!».

7 Desember

L’è inutil ostinass
che incoeu l’è Sant’Ambroeus!
El disen anca i sass:
incoeu l’è Sant Gennai.

Con tant napolitan
a l’ombra del nost Domm,
protettor de Milan
adess l’è Sant Gennai.

 

 

 

Crepaldi Silvio (1879 - 1954)

Figlio di un garibaldino e di conseguenza patriottardo nell’animo, fu molto attaccato alla sua città e alla sua lingua, il milanese. Infatti, di ritorno come volontario dalla grande guerra, divise il suo tempo fra il suo lavoro, il “proselitismo patriottico” (scrisse in milanese sonetti dedicati a Mussolini) e alla diffusione della nostra cultura. Già nel 1907 fondò insieme a pochi volonterosi un movimento per creare un «cenacolo di meneghini», che sfocerà poi nel 1924 nella fondazione della prestigiosa «Famiglia Meneghina». Organizzò poi nel periodo 19-21 aprile 1925 il «Primo Congresso dei Dialetti e del Folclore d’Italia » e partecipò nel 1936 al convegno dei Poeti Milanesi a Palazzo Marino.
Esaltatore della lingua e della storia di Milano, commediografo e poeta. Scrisse un romanzo in milanese (In bocca al loff) e cercò di tradurre in milanese il Romanticismo di Rovetta.
Nello stile cerca in tutti i modi di avvicinarsi alla tradizione portiana: la sua vena è limpida, fresca, di semplice espressione, ma profonda nelle concezioni. L’arguzia che si sprigiona dalle favole è spontanea: con semplici tocchi riproduce situazioni, componimenti generalmente brevi, incisivi ed efficaci.

On Sanmichee

Fra i tanti Sanmichee che a San Michee
gh’hann daa in de l’oeugg ai noster Meneghitt
(a quèj quindes o vint ch’è vanzaa in pee,
fra tanti forestee, nost e «tognitt»)

vun el m’à toccaa el coeur!... La Madonnina,
tutta resciada sù in del sò mantell,
malinconica, timida e tapina,
cont in man la coronna d’i sò stell,

la valigetta, e denter la bandiera,
coi nivoj – che de solit la gh’ai pè –
che ghe faseva in gir longa-longhera, –
squàs che la vorrèss pù lassass vedè –

l’andava dent e foeura, a la ventura,
per i stràd, per i piazz, sola e sperduta,
e la guzzava i oeugg, – la faccia scura
de tant che squasi a stent lìòo conossuda…
E per vèss cert che l’era propri Lee,
òo drizzaa i oeugg sù in scimma al Noster Domm…
Poeu, vedend che sù là gh’era on vespee
de gent in truscia, – inscì, sott-vòs, per nomm:

– «Madonnina mia, d’ora!...» l’òo ciamada.
Sentendes a ciamà in del sò dialett
Cont ona vòs de coeur, la s’è voltada,
rasserenandes finna in de l’aspett!...

– «Chi me ciama? …»
– «Son mì, vun d’i tò fioeu
che t’à vorsuu e che te voeur semper ben…
Ma Tì, cossa te fett?...»
– «Cossa te voeu?...
Foo Sanmichee… L’è el mèj che me conven …!».
– «Ma là per ari, coss’hinn ‘dree a fà ?».
Dò lagrimonn, – dò perla de quèj ràr,
sui sò bèj oeugg de ciel òo vist sponte…
– «Hinn ‘dree a logà el mè post …».
– «Chi?…».
– «San Gennàr!!!...».

 

 


Bolza Giorgio (1880 - 1945)

Ticinese di nascita (Chiasso), nato da nobile famiglia comasca, si trasferì assai presto a Milano e qui visse tutta la sua vita, lavorando come funzionario bancario e diventando meneghino anche di lingua.
Poeta prolifico e di qualità (partecipò a diversi concorsi, anche importanti, piazzandosi spesso ai primi posti), anche se poco conosciuto, per il suo carattere modesto e per la forte sordità, che lo costrinse a vivere chiuso in se stesso, in un continuo soliloquio interiore. La sua sensibilità, i suoi valori, tra cui il rifulgere dalla inutile volgarità, la precisione ma anche l’estrema umanità e genuinità nel linguaggio e nei contenuti, fecero scrivere a Severino Pagani: “Spirito squisitamente poetico, alla musa milanese diede liriche veramente belle, profondamente umane, elette nella forma, oltrechè per i soggetti da lui cantati. La sua poesia è semplice spontanea musicale, tipicamente popolare: per questo ha sicura presa sul pubblico. Tratta in modo particolare il genere sentimentale: però ha anche poesie garbate a sfondo caricaturale”.
Modernissimo per carattere, era entusiasta del lavoro degli altri più che del proprio. Scrisse anche parecchie commedie, molte rappresentate e alcune assai fortunate. Alcuni suoi lavori sono stati con successo rappresentati persino da Govi e Petrolini.

Sonett biografich

Nassùu a Ciass (in del Cantôn Tesin),
a Comm m’han battezza, e m’han de fioeu
portaa a Milan, doe sont chì anmò fioeu.
Podi donca ben dì: sont meneghin!

El primm dialett l’è staa per mì el bosin,
anzi, hinn staa trii lenguacc in del crosoeu…
gh’è vorùu inscì per infilà el biroeu
in la chitarra e incordà el cantin (1) !

Poeu a fà el pöetta gh’ho daa dent de sfrisa,
ma sont minga nassùu con la camisa…
Pariaa sgobbà, penà, volà in la lùna,

gh’è nient de fà se manca la fortuna.
Sont nassùu in venerdì e m’han ditt che l’era
‘na tremenda giornâda de scighêra!

(1) cantino, ultima corda più acuta

 
 

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