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La “questione della lingua”
La contestazione di una certa cultura (i precedenti - Lomazzo, Maggi, la Brandana e i giorni nostri)
La posizione “razzista” contro la presunta inferiorità dei dialetti è cosa nota e risale alla notte dei tempi.
Infatti Dante Alighieri ci dà solo una breve citazione, peraltro sufficientemente eloquente per dimostrare come anche il milanese, al pari di altri dialetti considerati barbari, non fosse all’altezza di contribuire alla “lingua volgare” che si veniva formando: “Enter l’ora del vesper / ciò fu del mes d’occhiòver” (Entro l’ora del vespro, ciò accadde nel mese d’ottobre).
La battaglia che combatte il Lomazzo, anche per mezzo di una contestazione non solo linguistica, ha un altro obiettivo. Protagonista è anche la lingua, questa volta usata però non tanto per arginare una volta per tutte la tentazione di reputare una lingua inferiore a qualche altra, ma per opporsi a un modello di società, che si verifica con differenti modalità:
· all’Arcadia, luogo per antonomasia della classicità, viene opposta la Valle di Blenio, una valle di facchini;
· all’Accademia, luogo deputato di intellettuali, contrappone l’Academiglia (una congrega di facchini, lavandai, caldarrostai,.., in poche parole popolani);
· infine, al linguaggio aulico e classicheggiante oppone una lingua convenzionale, fortemente derivata dal dialetto della val di Blegno, una parlata molto dura, ostica e quasi inaccessibile, un po’ come la zona all’epoca, in pratica un desiderio di chiusura, anche questo elitario, come l’Arcadia, cui ci si voleva contrapporre, anche se in “direzione popolare”.
Il filone dell’uso di una lingua per contestare la discriminazione tra diverse lingue o dialetti verrà ripreso da Carlo Maria Maggi, come si evince da alcuni fatti:
· ebbe il pregio, anche quando scriveva in “dialetto”, di non chiudersi solo nel suo, ma, nei limiti delle conoscenze, aprirsi anche ad altri, quasi a voler indicare che la sua non era una battaglia localistica e di chiusura, per difendere il suo orticello, ma una battaglia per un principio universale;
· tutti apprezzano Maggi sia per le sue opere in italiano che in milanese, ma è doveroso ricordare che le seconde scaturirono solo perché la Crusca ebbe un certo atteggiamento nei confronti della nostra lingua;
· pur essendo il padre dell’etnia lombarda e il più grosso scrittore teatrale in milanese di tutti i tempi, non si vergognava di appartenere all’Accademia della Crusca né di conoscere e scrivere in latino, affermando coi fatti un principio che spesso ai giorni nostri è dimenticato: italiano non significa negazione delle lingue locali e viceversa, perché la cultura non ha né latitudini né dimensioni spazio temporali, non è cioè, come acutamente ricorderà il Porta riferendosi alla lingua, privativa di paesi.
Come sempre accade però, non è vero che historia magistra vitae, poiché a 60 anni da questa preziosa eredità lasciataci dal Maggi, si accende la “Brandana” (1760). Padre Onofrio Branda, letterato toscano, non voleva riconoscere la dignità della cultura e della letteratura dialettali.
A lui si opponevano i Trasformati, tra gli altri Tanzi, Balestrieri e lo stesso giovane Parini che affermava essere il dialetto espressione della natura di un popolo e proprio come indica il nostro dialetto “noi milanesi siamo presso le altre nazioni distinti per la semplicità e la schiettezza dell’animo e per quella nuda ed amorevole cordialità che è il più soave legame della società umana”. Carlo Porta, cinquant’anni dopo, sceglierà il dialetto come lingua d’arte proprio su questi principi.
Quasi sconosciuto, invece, è il lato vernacolare di un grande intellettuale e poeta del ‘700: Giuseppe Parini. Comunemente noto ed apprezzato per i suoi lavori in lingua italiana, non tutti sanno che, al di là del valore effettivo delle sue opere in milanese, il Parini è stato uno strenuo difensore dell’importanza della lingua locale, la cui validità espressiva anch’egli riteneva pari a quella della lingua italiana.
Più che un compositore dialettale, ne fu un convinto teorico. Coerentemente alle sue tesi, quindi, fu amico di poeti dialettali, provocatore “costruttivo” (consigliò al Balestrieri di tradurre Anacreonte in milanese) e fu poeta dialettale lui stesso, lasciandoci quattro sonetti. Di lui abbiamo accennato a proposito della “Brandana”.
Nello Sganzerlon in cà del Vespa Balestrieri ci dà una commedia didascalica nella quale diversi personaggi presentano opposti punti di vista. Vince naturalmente il partito “filo-meneghino”. Ne riportiamo soltanto alcuni spunti che ritroveremo nel Scior Gorell e nella Giavanada di Porta:
Tarantella, personaggio favorevole al dialetto, replica a Sgarzerla, testardo brandiano:
A mì in scambi, me par
ch’el misteri de l’art de parlà ben
el sia de fass intend, de parlà ciar
e de dì, a malastant quell che conven!
Sgarzerla replica:
Questa l’è cossa franca
che al toscan no ghe manca
grazia e naturalezza!
E Tarantella:
El toscan nol se sprezza!
L’è grazios, natural; e, senza fall,
el spicca pù del noster
quand el sia in bocca da chi sa drovall!
Giuseppe Parini riassume nelle parole seguenti la legittimità di ogni letteratura dialettale, in particolare della milanese: «Le lingue sono tutte indifferenti per riguardo all’intrinseca bruttezza o beltà loro…Il carattere principale del nostro dialetto è, se io mal non mi oppongo, lo stesso che quello della nostra nazione; anzi è da questo originato. Noi milanesi siamo presso le altre nazioni distinti per la semplicità e la schiettezza dell’animo; e per quella nuda ed amorevole cordialità che è il più soave legame della società umana […] La nostra lingua è sembrata […] specialmente inclinata ad esprimere le cose tali e quali sono, senza avere grande bisogno in qualsiasi argomento di sostenerla con troppi o traslati ed altre maniere artificiose del dire […]» (Parini, Brandana, 1760).
Qui troviamo due opposte fazioni: da un lato i difensori del dialetto: Balestrieri, Tanzi, Parini ed “ante-litteram” Maggi, e qualche decennio più tardi Porta, per non citare che alcuni nomi prestigiosi. Dall’altro, uomini di valore, come Onofrio Branda, i fratelli Verri e, contemporaneo a Porta, Pietro Giordani.
Quel Pietro Giordani che per Porta “in quel momento altro non era che un abatino, scappato da Bologna e insediato dal governo austriaco in una posizione autorevole, con meriti letterari discutibili, che si permetteva di trinciare giudizi arrischiando di distruggere in poche righe il lavoro appassionato e spesso esasperato di Porta per arrivare ai maggiori livelli poetici valorizzando le risorse del dialetto.” (Beretta).
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