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Uno che osava affermare «I dialetti mi paiono somiglianti alla moneta di rame […] a comunicare coi prossimi le idee più basse e triviali basta a ciascuno l’idioma nativo» e cui giustamente Porta dedicò alcuni sonetti-invettiva tra cui questo:
Nò, nò, bell bell, car sur Abaa Giavan,
intendemes polit, vuna di dò,
o che sto noster popol de Milan
el sa legg, e el pò legg, o nò.
S’el sa legg, l’è patron de tirà a man
tant on liber di nost come di sò;
se nol sa legg, l’è inutel fà baccan
per on’acqua che corr giò per el Po.
E s’el legg e el pò legg e l’è patron
de legg tant el toscan che el meneghin,
cossa gh’entrel lu a rompegh i mincion?
Per fà la guerra ai gust, sur Abadin,
ghe va coo, coeur, giudizzi, educazion …
tutt quell che lu el gh’ha minga in fin di fin.
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No, no, bel bello, caro signor Abate Giavan,
intendiamoci bene, una delle due,
o che questo nostro popolo di Milano
sa leggere, e può leggere, o non lo sa.
Se sa leggere, è padrone di tirar fuori
tanto un libro dei nostri come dei suoi;
se non sa leggere, è inutile fare baccano
per un’acqua che corre giù per il Po.
E se legge e può leggere ed è padrone
di leggere tanto il toscano che il meneghino,
cosa c’entra lei a rompergli i minchioni?
Per fare la guerra ai gusti, signor Abatino,
ci va capo, cuore, giudizio, educazione …
tutto quello che lei non ha, in fin dei fini. |
Tesi questa che ribadiva con forza in un altro celebre ed esemplare sonetto, dedicato a un signor Gorelli, un senese, prima «Cameriere dell’ex senatore Spannocchi ed ora Cancelliere del Tribunale nostro d’appello, il quale, in occasione che da un crocchio di amici leggevansi alcuni miei sonetti, ebbe a prorompere in escandescenze contro il vernacolo nostro e contro chi si dilettava di usarne scrivendo» (Porta):
I paroll d'on lenguagg, car sur Gorell,
hin ona tavolozza de color,
che ponn fà el quader brutt, e el ponn fà bell
segond la maestria del pittor.
Senza idej, senza gust, senza on cervell,
che regola i paroll in del descor,
tucc i lenguagg del mond hin come quell
che parla on sò umilissim servitor:
e sti idej, sto bon gust già el savarà
che no hin privativa di paes,
ma di coo che gh'han flemma de studià:
tant l'è vera che in bocca de Usciuria
el bellissem lenguagg di Sienes
l'è el lenguagg pù cojon che mai ghe sia.
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Le parole di un linguaggio, caro signor Gorelli,
sono una tavolozza di colori,
che possono fare il quadro brutto, e possono farlo bello
secondo la maestria del pittore.
Senza idee, senza gusto, senza un cervello,
che regola le parole nel discorrere,
tutti i linguaggi del mondo sono come quello
che parla un suo umilissimo servitore:
e queste idee, questo buon gusto già lei lo saprà
che non sono privativa dei paesi,
ma delle teste che hanno flemma di studiare:
tanto è vero che in bocca di Vossignoria
il bellissimo linguaggio dei Senesi
è il linguaggio più coglion che mai ci sia. |
La morale è sempre quella: colui che cerca di combattere una cultura ritenuta inferiore, corre il rischio di cadere nel ridicolo.
Sono passati quasi due secoli dalle battaglie di Carlo Porta per la difesa di tutte le lingue, ma non è cambiato niente nemmeno ai nostri giorni: infatti, se da un lato, il parlamento europeo, ma non quello italiano, si è raccomandato, in una sua risoluzione, la tutela di tutte le lingue, citando espressamente il milanese, il piemontese e il veneto, Roma e lo stato “italione” dall’altro, non contenti di discriminare, con i loro atti politici e con leggi nefaste e razziste, come la 482, lingue locali da lingue locali, definendo arbitrariamente a tavolino, con criteri politici privi di qualsiasi scientificità, idiomi di serie A (ladino, walser, occitano, sardo, …) e idiomi di serie B, si sono persino arrogati anche il diritto di discriminare all’interno di una stessa lingua (il ladino), norme differenti di salvaguardia; come dire che due figli nati dagli stessi genitori (ladini), per il solo fatto di abitare in due case diverse (Trentino e Veneto) godono di diritti diversi: bell’esempio di democrazia!
La conclusione più evidente è una sola: ogni lingua (locale o meno) è semplicemente l'espressione di una appartenenza, o, come diremmo oggi, identità cui ogni popolo si sente legato; tuttavia questa forte identificazione non comporta nessun arroccamento né chiusura, anzi, ogni lingua cresce e si arricchisce con il contatto e l'apporto di altre (esempio principe il milanese, forse la lingua più importante sotto tanti aspetti -letterario, sociale, politico, linguistico-, altro non è che un miscuglio di apporti più antichi ed anche di prestiti più recenti); inoltre, nessun popolo non ha mai ritenuto la propria lingua superiore ad un'altra, anche per il fatto che ogni idioma non si può definire bello o brutto in base a criteri scientifici, perchè, essendo la lingua, soprattutto un fattore affettivo e anche necessario (per comunicare all'interno di una comunità più o meno vasta), non esiste un "giusto" o "sbagliato" in assoluto, avendo ogni lingua le sue regole e i suoi codici che non sono uguali per tutte.
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