Siamo così giunti, purtroppo, all’ultimo capitolo di questa avvincente avventura a ritroso nel tempo sulle tracce della nostra memoria storica. Proprio perché ultimo capitolo e più vicino a noi nel tempo, in esso troviamo un numero maggiore di protagonisti, suddivisi in due capitoli (il ‘900: poesia e prosa e il ‘900 minore), le cui testimonianze letterarie speriamo servano da sprone ad una nuova generazione di talenti meneghini.
Non possiamo tuttavia affrontare questo secolo senza accennare minimamente a un movimento che, seppure nato e consumatosi nella seconda metà del secolo precedente, ha fatto da degno “apripista” al ‘900, sul quale ha influito non poco.
La seconda metà del XIX secolo è infatti caratterizzata da un movimento che, se in Italia ha avuto un impatto minore sulla società, tuttavia non si può non considerare di portata rivoluzionaria: la Scapigliatura.
Corrente di pensiero, che si può circoscrivere nell’arco di un trentennio, tra il 1860 – anno in cui il Rovani comincia a stendere Cento anni, terminato quattro anni dopo – e il 1890, in cui cominciano ad uscire le prime opere di D’Annunzio e si profila all’orizzonte una nuova tendenza, probabilmente figlia della Scapigliatura, il decadentismo, proprio in opposizione a D’Annunzio.
All’origine di questa rivoluzione culturale troviamo un paio di fattori rilevanti:
l’assurgere della grande città di Milano al ruolo di epicentro della vita politica economica e culturale, con la conseguente politicizzazione degli intellettuali: l’artista è costretto ad operare una scelta di campo, anche se con esiti contrapposti (convinta adesione alle problematiche socio-politico-culturali a fronte di un rifugio nell’arte come contrapposizione all’”impegno sociale”);
una troppo rapida ed improvvisata unità d’Italia, fatta contro la volontà popolare (come testimoniano i plebisciti-farsa) e con la scarsa convinzione di alcuni padri della patria (Cavour stesso si sarebbe pentito del suo “capolavoro”, Cattaneo, forse la mente più lucida e acuta, si rifugiò in Svizzera e si rifiutò di sedere in Parlamento), nel tentativo, simboleggiato da due frasi significative (l’Italia è una espressione geografica, di Metternich, primo ministro dell’imperatore d’Austria, e l’Italia è fatta, ora facciamo gli italiani, di Quintino Sella, intorno al 1872) di voler unire a tutti i costi ciò che non poteva essere unito per manifesta diversità.
E se l’origine del ruolo nuovo dell’intellettuale ha le sue radici nell’Europa (dal ‘700 in poi l’artista non è più il portavoce dei valori di quella stessa classe sociale che è committente e, al tempo stesso, fruitrice dell’arte medesima, ma comincia a prendere consapevolezza che si trova di fronte a due ordini contrastanti, l’aristocrazia conservatrice, da una parte, e la borghesia progressista, dall’altra; la prima legata a valori tradizionali e immutabili, la seconda legata a valori del tempo in cui vive), la contestazione degli scapigliati risente fortemente di questo.
I contenuti e le caratteristiche, talvolta in contraddizione tra loro, di questo movimento, i cui principali esponenti sono Giuseppe Rovani, Carlo Dossi, Emilio Praga, Arrigo Boito e Iginio Ugo Tarchetti, si possono così riassumere:
a. critica dei valori tradizionali, che si concretizzerà “nella ricerca di nuovi moduli espressivi, di nuovi miti antitradizionali, di « eroi negativi» da contrapporre a quelli imposti e propagandati dalla cultura ufficiale”; (1)
b. creazione di una nuova concezione poetica, basata sull’intuizione di un mondo nuovo e antitetico a quello conosciuto, i cui esiti costituiranno i prodromi della poetica “decadente” e diventeranno patrimonio di illustri artisti: “la sensibilità di cui il poeta e l’artista in genere si sente depositario, non deriva da una conoscenza razionale della realtà, ma dalla constatazione dell’esistenza di un mondo inesplorato, misterioso, e la poesia diviene il mezzo per intuire e rivelare questo mistero, per ricondurre lo spirito a un ordine di intuizioni che siano illusioni o interpretazioni di una unità nascosta”; (2)
c. allontanamento progressivo dall’impegno civile, per cercare rifugio in soluzioni più intimiste, anche negative (disprezzo, noia, tristezza, rimpianto); vigorosa critica nei confronti dell’unità d’Italia e dei suoi artefici: “lontani da ogni mito risorgimentale o nazionalista, (gli scapigliati, ndr) danno voce artistica alle delusioni post-risorgimentali, prima di tutto cercando di distruggere i valori patriottico-sentimentali sui quali la retorica ufficiale amava soffermarsi”. (3) Esempi significativi sono alcuni versi della poesia A Goffredo Mameli, dove il Bettini si chiede: «Gloria di baionetta / a che serve, fratello? / L’Italia non è forte / ed il suo cielo è bello. / Io non amo la morte», oppure un epigramma del Ghislanzoni: «Eroi, eroi! / Che fate voi? / - Voi massacrate, / assassinate, / voi desolate / borghi e città; / un vil bifolco / che suda al solco / val più di voi, / birbe di eroi!».
Agli ideali nazionali, risorgimentali, si sostituisce in tutta Europa, ed anche in Italia, la critica sociale. Il “vil bifolco”, appunto: ecco un esempio di anti-eroe “che contrapponendosi con il suo umile lavoro alle grandiose gesta eroico-militari, diviene simbolo vivente della triste condizione sociale delle classi subalterne e nel contempo testimonia la volontà di denuncia di questo stato di cose da parte dell’intellettuale scapigliato”; (4)
d. contraddittoria contestazione esercitata sì, ma “con moderazione”: l’Italia, a differenza di altri paesi europei, era la “patria del Cattolicesimo”, cui erano intimamente legati, direttamente o indirettamente, letterati di primissimo piano,
(si pensi soprattutto a un Manzoni); il legame tra fede e
letteratura era così stretto, “gli scapigliati (…) sebbene ribelli
alla cultura nazionale, (…) risentono della lunga e consolidata
tradizione, costituita da grandi personaggi, vissuti per secoli
come insuperabili modelli (….), unici custodi di un’ideale
nazione che invece appariva divisa politicamente, arretrata
economicamente e socialmente, emarginata dai grandi processi
di sviluppo che avevano coinvolto altri paesi europei”; (5)
dopo il 1870 (presa di Roma) il liberalismo, in opposizione al
cattolicesimo, creava il concetto di “libera Chiesa in libero
Stato”;
e. forte esigenza di una modernità, conseguenza anche di
quell’arretratezza cronica che vedeva però nel Nord, ed in
particolare, a Milano, un punto di riferimento per la svolta
socio-economica che si stava delineando, vale a dire “il nuovo
ceto imprenditoriale che avrebbe guidato l’economia italiana
negli anni a venire”, (6) con l’acuirsi di quei contrasti
sociali e di quelle contraddizioni, che si sarebbero ripercosse
anche all’interno della Scapigliatura .
(1) Alessandro Ferrini, Invito a conoscere la Scapigliatura,
(2) op. cit.
(3) op. cit.
(4) op. cit.
(5) op. cit.
(6) op. cit.