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Luigi Medici

Contemporaneo di Barrella, di cui parleremo nel prossimo capitolo, è Luigi Medici (1888-1965) che gli fu anche amico e lo incoraggiò nel rilancio del teatro milanese. Quanto imprevedibile il primo, eroico o crepuscolare, tanto ordinato il secondo, laureato in giurisprudenza e in filosofia, avvocato e docente. Fece parte delle principali associazioni culturali, dalla Famiglia Artistica al Filologico, alla Patriottica, alla Pro Cultura, alla Università Popolare e, soprattutto, alla Famiglia Meneghina, con la quale collaborò molto attivamente con lezioni di letteratura e collaborazione alla collana delle pubblicazioni, tra le quali spicca la sua Storia della Letteratura Milanese. Contribuì in maniera determinante in tarda epoca fascista per il ripristino delle lingue locali, anche in virtù di una sua lirica La gloria dei dialetti, nella quale dimostrava che l’unità culturale e storica dell’Italia sta nei dialetti e nella loro vitalità: proprio grazie ad essa, infatti, il regime già dopo il 1938 modificò l’atteggiamento ostile precedentemente palesato nei loro confronti. Si cimentò anche in latino, con un poemetto del 1936 poco conosciuto e dalla forma non impeccabile dal titolo Navilium carmen meneghinum.
Medici è la massima espressione del “decadentismo”, cioè di quella lirica che rivaluta la vita quotidiana, che spesso si nutre di un eroismo nascosto, e si esprime anche nei termini semplici della quotidianità, dell’uomo e della natura, conscio che l’uomo passa ma la natura rinasce.
Nei primi saggi, come “Acqua nostrana”, i Navigli, introdusse nel milanese le strofe classiche, dei Greci, dei Latini, ispirato specialmente da Carducci. Ma presto la sua forma prediletta divenne il sonetto e cantò le stagioni, la vecchia Milano, con freschezza, genuinità di sentimento e grande compostezza del verso e della strofa. Si occupò anche di teatro e letteratura in storia della letteratura, con saggi
davvero pregevoli (il suo saggio teatrale “El club de la Cerva” -1930- ricevette la medaglia d’oro dal Comune di Milano, dello stesso anno abbiamo anche “La vita e l’opera di Carlo Maria Maggi”, mentre nel 1947 scrisse a quattro mani con G. A. Maggi “Storia della letteratura milanese”).
Fu fedele alla teoria dei colori di Leonardo (anch’egli era finissimo pittore) e vide e cantò nel “celeste” il colore dell’anima, cioè di quell’essenza umana che vive, ma trascende la Natura per tendere a Dio.
La sua concezione poetica è ben evidente in questa lirica, dove i due livelli (quello naturale e soprannaturale ) si fondono: l’apparente descrizione della quotidianità di due inquilini all’antitesi nelle loro professioni (uno fa nascere le persone l’altro li accompagna alla tomba) è presa a pretesto per discorsi più ampi sul significato ultimo dell’esistenza (L’ALFA e l’OMEGA, appunto).

In de la casa de la sura Bice,
(ona cà de sto strolegh d’on Milan
del quarantott) dove ghe sta al primm pian,
Giromina Canetta, levatrice
“diplomata – pensione di gestanti”
con su la porta la targhetta “AVANTI”,

ghe sta anmò uss a uss, el sur Doard,
el capp becchin de settantann sonaa,
che, a part el so mestèe de disperaa,
l’è on vecc galantomon de quatter quart,
degn de godes in pas ona pension
per tutt i mort che l’ha menaa al foppon.

L’ALFA e l’OMEGA della vita hin chì
- come asetta e rampin, gioia e dolor -
e sul ripian gh’è semper quatter fior
de quii che se desséda e va a dormì;
de quii che riva in brasc de la Canetta,
o ch’el Doard el porta giò in spalletta.

Nella casa della signora Bice,
(una casa dì questa fattucchiera d’una Milano
del quarantotto) dove sta al primo piano,
Giromina Canetta, levatrice
“diplomata – pensione di gestanti”
con sulla porta la targhetta “AVANTI”,

sta ancora, uscio a uscio, il signor Edoardo,
il capo becchino di settant’anni suonati
che, a parte il suo mestiere da disperati,
è un vecchio galantuomo di quattro quarti,
degno di godersi in pace una pensione
per tutti i morti che ha condotto al cimitero.

L’ALFA e l’OMEGA della vita sono qui
- come asola e uncino, gioia e dolore –
e sul pianerottolo ci sono sempre quattro fiori
da parte di quelli che si svegliano o che vanno a dormire;
di quelli che arrivano in braccio alla Canetta,
o che l’Edoardo porta giù in spalletta.

Acqua nostrana

Canti domà i nost fiumm (quei de Milan)
i trii Navili classich e l’Olonna
che giren tucc i dì bell bell, pian pian
arent al coeur de sta « Cittaa truscionna».

E quest anben che l’acqua (se se voeur
guardà de fin) l’è minga nè nostrana
nè foresta, nè grama, nè de coeur,
ma semper tósa e semper carampana.

L’acqua l’è voeuna solla, ciara e tanta
de mar, de lagh, de foss, o de marscida;
l’è l’acqua che la serv e che la canta,
l’è l’acqua solla, che l’è mai finida.

L’è quella che se bev (de benedì!)
che porta el tifo e che resenta i pagn,
che fa god, che ten fresch, che fa stremì
quand furïosa la romp sora i campagn;

l’è quella di turbinn e di molin,
che la da el ris e la fa andà i motor,
che fa cristian, in la tinera, el vin;
che porta el ciar, de nott, sora l’amor,

l’è acqua santa, l’acqua del Signor,
di marscid, di riser, di fontanin,
di pocciacher, di pozz, di colador,
di sidej, di navazz, di sidelin …

l’è con tutta sta Festa d’acqua sana
che se sconfond in ciel «l’acqua nostrana».

Canto soltanto i nostri fiumi (quelli di Milano)
i tre Navigli classici e l’Olona
che girano ogni giorno bel bello, pian piano
vicino al cuore di questa « Città dall’attività ansiosa».

E questo benché l’acqua (se si vuole
guardare di fino) non è né nostrana
né straniera, né grama, né generosa,
ma sempre ragazza e sempre vecchiaccia.

L’acqua è una sola, chiara e tanta,
di mare, di lago, di fosso, o di marcita;
è l’acqua che serve e che canta,
è l’acqua sola che no ha mai fine.

È quella che si beve (de benedirsi!)
che porta il tifo o che risciacqua i vestiti,
che fa godere, che tiene freschi, che ci fa spaventare
quando furiosa rompe sulle campagne;

è quella delle turbine e dei mulini,
che dà il riso e fa andare i motori,
che fa cristiano, nella tinozza, il vino;
che porta il chiaro, di notte, sopra l’amore,

è l’acqua santa, l’acqua del Signore,
delle marcite, delle risaie, dei fontanili,
delle pozzanghere, dei pozzi, degli scolatoi,
delle secchie, delle bigonce, dei secchielli …

è con tutta questa Festa di acqua sana
che si confonde in cielo «l’acqua nostrana».

La vos del Barcon (1)

Quand l’aria bassa la sofféga el fumm,
sui tecc, de dove el ven,
se ved el fumm cont on color bitumm
sul sfond del ciel seren,
ma, contra el scur di cópp, l’è celestin.
Mi sont ‘me ‘l fiumm; precis …
Sui tristezz sont content ‘me on canerin;
Sui gioi sont trist e gris.

Eppur sont semper mi, quella carcassa
de pèscia incatramada
che dal «pont di Viscont» (2) fin giò a la Bassa
l’ha faa cent ann la strada.

Sont el barcon, incatramaa de foeura;
cont el palott per l’acqua che ven dent;
cont el casott che fumma, e voo col vent
e voo coi cobbi, che me porten foeura,
e voo con l’acqua che me mena dent …
Passi scur scur e trist; passi e dividi
Milan in mezz e vedi e godi e ridi;
e sora l’acqua che col temp la passa,
voo su in Brianza e torni giò a la Bassa.

Quando l’aria bassa soffoca il fumo,
sui tetti, dai quali proviene,
si vede il fumo dal colore bitume
sullo sfondo del cielo sereno,
ma, contro lo scuro dei coppi, è celestino.
Io sono come il fiume; tal quale …
Sulle tristezze sono contento come un canarino;
sulle gioie sono triste e grigio.

Eppure sono sempre io, quella carcassa
di pino incatramato
che dal «ponte dei Visconti» fin giù alla Bassa
ha fatto per cento anni la strada.

Sono il barcone, incatramato di fuori;
con il palotto per l’acqua che si infiltra dentro;
con il casotto che fuma, e vado col vento
e vado con le cobbie [aggiogate] che mi portano fuori
e vado con l’acqua che mi mena dentro …
Passo scuro scuro e triste; passo e divido
Milano in mezzo e vedo e godo e rido;
e sopra l’acqua che col tempo passa,
vado su in Brianza e torno giù alla Bassa.

(1)è il pittoresco barcone dove, da bambino, si rifugiò Segantini e che a Balestrino, Ferrari, Cattaneo e ad altri pittori ispirò la poesia della Bassa.
(2)dove ha inizio l’Adda, sotto Lecco.


 
 

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Ultimo agg. :10/2006