LA FALDA ACQUIFERA, ASPETTI NUOVI DI UN’ANTICA PRESENZA.
Cos’è, suoi rimedi e rischi d’intervento.
Un vocabolo, che fino a qualche anno fa ricorreva solo nei discorsi tra tecnici della materia, è ora normalmente sulla bocca di moltissimi cittadini, preoccupati della sua ingombrante presenza, spesso senza sapere che cosa effettivamente significhi.
Parliamo della “falda acquifera”, o acquifero, formazione geologica porosa e permeabile (ghiaie, sabbie, ecc.) in cui l’acqua si accumula e circola, periodicamente ricaricata dall’acqua meteorica che penetra nel sottosuolo.
Nel caso specifico essa soggiace a piccola profondità dalla superficie su cui sorge la nostra città e le sue notevoli escursioni, negli ultimi cinquanta anni, hanno sollevato, per gli effetti negativi che hanno prodotto, discussioni e apprensioni sia nei tecnici sia nei cittadini.
Per falda acquifera s’intende, tecnicamente, il piano che divide il terreno saturo, d’acqua, da quello insaturo, in altre parole quello privo della presenza di questo normalmente prezioso liquido.
Della sua presenza già parlava, circa 700 anni fa, Frà Bonvesin della Riva nel suo celebre “De Magnalibus Urbis Mediolani” e riprese l’argomento, nel XIX secolo, con la sua affascinante, limpida prosa Carlo Cattaneo in “Notizie naturali e civili su la Lombardia”.
Per descrivere, seppure succintamente, il fenomeno è necessario, innanzi tutto, indagare gli aspetti geografici e geologici che stanno alla base della sua presenza.
Il territorio di Milano, che la più parte dei suoi cittadini ritiene disposto su un’unica quota, in effetti, si sviluppa lungo un piano inclinato, con senso approssimativamente Nord-Ovest/Sud-Est: infatti, mentre la quota media del terreno a Nord, diciamo sull’area dell’omonimo parco, è a circa 130 m.s.m., la medesima a Sud, nell’area dell’Abazzia di Chiaravalle è a circa 102,00 m.s.m., ciò significa che il territorio presenta una pendenza media di circa il 0,18 %.
Relativamente alla serie litologica l’intera area è interessata alla presenza di materiali a matrice sabbiosa, più grossolana a settentrione, anche con mescolanza di ghiaie, più fine a meridione con intercalazione di banchi limoso-argillosi, quindi con diversa permeabilità, maggiore a settentrione, minore a meridione.
All’interno di quest’eterogenea massa, originata dal ritiro degli antichi ghiacciai e dalla deposizione di materiali portati dai fiumi si muovono, lentamente, ben tre livelli di falda, localizzati a quote diverse, tra loro confinati in modo più o meno definito da lenti di terreni impermeabili.
Il più superficiale di questi livelli è quello che maggiormente c’interessa, essendo ad esso che sono riferiti i progetti del Comune, poiché è quello che crea i problemi attuali connessi con la risalita, sia perché inadatto agli usi potabili, per il suo noto inquinamento chimico, sia perché, con la sua risalita, manda in soluzione depositi di contaminanti concentratisi nella parte non satura.
Le citazioni di Bonvesin e di Carlo Cattaneo ci ricordano che il piano-falda soggiaceva di pochi metri al piano campagna; questa condizione era ancora presente verso la fine del XIX secolo come dimostrato dalle misurazioni effettuate in quegli anni dall’Acquedotto di Milano, allorché tale soggiacenza variava dai 3 m a meridione ai 4,50 m a settentrione.
Fu solo con il dirompente e galoppante fenomeno dell’industrializzazione, spesso selvaggia, che s’intensificarono i prelievi, soprattutto per usi tecnologici dei grandi insediamenti (Falck, Alfa Romeo, Pirelli, ecc.), ai quali si aggiungevano quelli civili che, negli anni 1950-60, dovevano soddisfare una popolazione di circa 1.800.000 abitanti