Navigli 4
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LA REALIZZAZIONE DEI NAVIGLI, TECNICHE DI PROGETTO E COSTRUZIONE.
IL COSTO DI RICOSTRUZIONE DELLE OPERE.

Fatta questa necessaria premessa sulla storia più recente dei manufatti che stiamo descrivendo, ritorniamo all’argomento del presente scritto.
Poiché a quei tempi ancora non erano stati perfezionati sistemi mobili di evacuazione delle acque, che dovevano comunque essere allontanate in ogni condizione d’esercizio, anche le più severe, come durante le piene eccezionali, primo accorgimento da porre in atto doveva essere quello, in fase progettuale, di scegliere una sezione sufficientemente ampia, tale da garantire, con il solo sfioro, lo scarico di portate considerevoli, limitando al massimo i sopralzi sul ciglio della traversa.
Istruttiva in senso negativo fu, a tal proposito, la scelta operata da Giuseppe Meda, alla fine del ‘500, nel disporre la traversa di presa del naviglio di Paderno; a questo scopo è interessante rileggere il brano, riportato dal Lecchi [5], che scrisse Guido Mazenta, patrizio milanese e uno dei sessanta appartenenti al Consiglio Generale della città di Milano, sull’argomento:
“E per cominciare dalla chiusa, la quale è stata la cagione delle rovine seguite l’anno passato e il presente ancora, perché ribatte quantità d’acqua, oltre il bisogno, nel naviglio, che quando l’Adda cresce rovina e distrugge tutti gli edifizi, che per sostenerla si fanno. …… Per sapere il modo di rimediarvi, è necessario esaminare prima la forma usata dagli antichi nel fabbricare le chiuse nel Ticino e in Adda, per divertire il Naviglio Grande e quello della Martesana, le quali con tanta facilità e quiete sostengono e imboccano ne’ due navigli la parte bisognevole dell’acqua, scaricando nel tempo medesimo la superflua nel letto de’ fiumi, in modo che le navi con pendenza soave coll’acqua divertita entrano nella bocca, come non in acqua corrente, ma in lago piano navigassero. Questo si vede avvenire, perché le dette chiuse non sono situate dove il fiume è stretto, ma dove è più largo, acciocchè in ampio tratto abbia campo da dilatarsi , l’acqua cresciuta straordinariamente meno si possa alzare (pag. 193) ”
A conferma di quanto fossero oculate le osservazioni del brano sopra riportato, considerando che nell’Adda, a valle di Lecco, possano transitare portate di massima piena aggirantesi attorno ai 1.000 m³/sec, applicando le moderne formule dell’idraulica teorica, il sopralzo alla traversa dei Tre Corni, dove la luce libera era di circa 80 braccia, pari a circa 50 m, sarebbe stato di 8,45 m.
Diversamente nella posizione dove i progettisti settecenteschi realizzarono l’attuale opera, al Sasso di San Michele, con una luce libera di 205 braccia, circa 123 m, l’elevazione della lama d’acqua si ridusse a circa 4,65 m, con una riduzione del tirante d’acqua di quasi il 50%, ma, cosa più significativa, con la certezza di avere le bocche di evacuazione degli scaricatori libere e non rigurgitate.
A scopo illustrativo si allega la tavola A) nella quale è rappresentato il profilo longitudinale del tratto dell’Adda tra i Tre Corni ed il Sasso di San Michele con l’indicazione delle altezze d’acqua raggiungibili con portate di piena eccezionali come quella sopra indicata.
Come si può facilmente verificare il sovralzo ai Tre Corni sarebbe stato così elevato da superare abbondantemente, per effetto del fenomeno di rigurgito che avrebbe innescato, anche quello presente allo sbarramento di monte, quello al Sasso di San Michele, con quali effetti negativi, per tutta l’intera area circostante, si può ben immaginare.

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Ultimo agg. :10(06